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NATURE MORTE – LA PITTURA DI RENATO GUTTUSO.

VIDEO: LE NATURE MORTE

DI RENATO GUTTUSO

Intorno al 1596 Caravaggio dipinge la “Canestra di frutta” e afferma in Italia l’interesse per il soggetto inanimato non più periferico e complementare alla figura umana, ma centrale ed esauriente, autonomo protagonista dell’opera d’arte. Dipinte con attenzione scientifica, pere, mele uva e melograni fanno sembrare la canestra un ritratto umano.

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Sempre in Italia, nella prima metà del Novecento, si impone sulla scena mondiale un grande pittore, che ha fatto della natura morta il centro della sua produzione artistica: Renato Guttuso.

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“Ho sempre dipinto le cose che mi stanno intorno. Io ho un rapporto con le cose con le quali vivo. Un rapporto diretto e semplice. Che cerco di trasmettere quando faccio un quadro. Gli oggetti si promuovono da soli. Si eleggono da soli come preferiti. Se poi uno sparisce quasi ne soffro”.

Per Guttuso la forza delle cose è tale da dar loro un significato più ampio di oggetti come merce di scambio: le cose assumono un valore sentimentale, si inseriscono nella vita intima delle persone pertanto la loro rappresentazione non è semplice imitazione di un fenomeno fisico, non una fotografia, ma poesia che muove l’espressione artistica. Le opere di Guttuso dipinte negli anni della guerra si caratterizzavano per la presenza di molti oggetti, come accumulati senza razionalità ad esprimere il senso del provvisorio e le cose si caricano di forza drammatica. I colori sono accesi, ci sono verdi, rossi, neri, plumbei. Gli oggetti di uso quotidiano simboleggiano una realtà sofferente e attraverso di essi l’artista dialoga con lo spettatore mettendo a nudo se stesso. In “Natura morta con drappo rosso” del 1942 sono rappresentati oggetti di forte natura simbolica. Un cesto di vimini, una pila di libri, due bottiglie, una sedia, un pacchetto vuoto di sigarette e un bucranio. In primo piano e quasi al centro del dipinto, il teschio di ariete, simbolo di morte e della guerra in atto. Gli oggetti del vissuto quotidiano fanno riferimento alla vita dell’artista. Un drappo rosso movimenta i piani della scena connotando l’opera di ulteriore valenza ideologica.

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Negli anni dell’immediato dopoguerra le opere di Guttuso risentono dell’influenza cubista, il pittore si concentra su pochi elementi resi con una certa rigidità di angolazione. In “Natura morta notturna” gli oggetti sono definiti attraverso una scomposizione dei piani e il contorno netto scuro. L’ambiente in cui la natura morta si inserisce non è riconoscibile. Fatta eccezione per un barattolo disposto al centro e in primo piano, la scena è occupata da tronchi spezzati e foglie secche.

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Negli anni cinquanta la pittura di Guttuso subisce un’ulteriore evoluzione. Il suo stile è maturo, le composizioni sono calibrate, le cromie sono vivide e le pennellate leggere. In “Finestra a Riano”Flaminio” un secchio di pomodori domina una scena di silente quiete estiva. Il vivido colore degli ortaggi e la loro prepotente presenza attirano lo sguardo dello spettatore. E’ il suo realismo pieno.

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Successivamente si susseguono quadri in cui gli oggetti appaiono affastellati disordinatamente ed altri che riproducono pochi e ravvicinati elementi. Nel 1974 Guttuso esegue “Peperoni”. Al di sopra di un piano movimentato dalla presenza di un drappo bianco, si colloca una natura morta di peperoni dalla forma sinuosa che richiama le pieghe del telo. Le pennellate tortuose donano profondità al dipinto, le cromie adoperate non sono brillanti ma più cupe e opache.

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In “Cavolo” 1982, su un piano di legno quasi del tutto coperto, poggia l’ortaggio dai colori brillanti caratterizzati dalle tonalità verdi e azzurre. L’uso di questi accostamenti cromatici caratterizza un’opera visionaria e immaginifica. Sullo sfondo il pittore colloca le finestre da cui si intravede il cielo azzurro. Questo colore fa da eco a quello del cavolo che campeggia e domina l’intera scena con le sue foglie sontuose. Le cromie vivide e vivaci accentuano il carattere prorompente di questa natura morta.

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Durante gli ultimi anni di attività Guttuso trascorre lunghi periodi nella dimora di Velate. Il contesto ambientale del prato e del bosco nei dintorni della sua abitazione diventa protagonista di molti dei suoi dipinti. In “Angurie” del 1986, su un piano all’esterno del giardino poggiano alcune fette di anguria che gioiosamente forniscono un’immagine dell’estate. Sullo sfondo la campagna verde e rigogliosa di Velate illumina il dipinto eseguito con cromie vivide e vivaci. La frutta rossa e verde è disposta in primo piano, occupando quasi interamente lo spazio del quadro. Le sei fette si distribuiscono in due file fornendo una visuale prospettica dell’ambiente retrostante.

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L’opera di Guttuso riflette la sua intensa vita politica e culturale. Nel dicembre del 1950 sposa Mimise in Campidoglio a Roma, testimoni di nozze sono Pablo Neruda e Carlo Levi. Nel 1972 dipinge “I funerali di Togliatti”. 

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A Mosca riceve il Premio Lenin per la pace e l’amicizia dei popoli. Nel 1975 siede, accanto a Leonardo Sciascia, nel consiglio comunale della città di Palermo, nel 1975 è eletto senatore della Repubblica nel collegio di Sciacca. Nato a Bagheria nel 1911, muore il 18 gennaio 1987 lasciando all’umanità un’ampissima raccolta di opere e una poetica artistica innovativa.

Tratto da ” GUTTUSO La forza delle cose”

a cura di Fabio Carapezza Guttuso e Susanna Zatti ed. Skira Rizzoli.

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LA “GIOCONDA” DI LEONARDO DA VINCI

Autore: Leonardo da Vinci 

Anno di realizzazione: 1503/1505

Tecnica: olio su tavola

Dimensioni: 77×53 cm

Dove si trova: Musèe du Louvre, Parigi

La Gioconda, universalmente considerata un modello di ritratto ideale, fu, in un certo senso, la compagna dell’intera vita di Leonardo: egli ritoccò continuamente il dipinto, senza mai considerarlo terminato. Dietro alla composta serenità di questo volto si agitarono le passioni dell’artista che, nella ricerca incessante della perfezione e nella volontà di dare corpo alle proprie idee, introdusse le grandi innovazioni nella pittura del Rinascimento che confluiscono tutte in questo quadro. Il paesaggio sullo sfondo, avvolto da dense nebbie, incarna l’idea di pittura elaborata da Leonardo. Egli riproduceva gli effetti ottici che coglieva nella realtà sensibile, in particolare l’umidità dell’aria e l’incidenza della luce in relazione ad essa, che hanno un peso determinante nel modo in cui l’occhio percepisce gli oggetti. L’imprecisione e l’indeterminatezza nel modellato e  del disegno vengono espressamente ricercati e giustificati dalla volontà di creare quella luce del crepuscolo di cui Leonardo nei suoi testi ha vantato la seduzione.

ESAMINIAMO ALCUNI PARTICOLARI DEL QUADRO, CLICCA SOTTO E POI PREMI PLAY PER FAR PARTIRE LA PRESENTAZIONE IN MODALITA’ AUTOMATICA.

LA GIOCONDA

ASCOLTA E GUARDA IL VIDEO E RISPONDI ALLE DOMANDE

LA GIOCONDA

Tratta dal sito “Zebrart.it”, clicca e scarica subito la scheda didattica sulla prospettiva aerea di Leonardo!

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DIPINGERE COME I GRANDI PITTORI

Articolo Immagine

Proviamo questo strumento interattivo per sperimentare il colore, lo spazio e il ritmo visivo caratteristico del lavoro di Piet Mondrian . Si inizia da un blocco unico e seguendo le istruzioni si possono creare divisioni orizzontali e verticali. Ogni rettangolo può essere facilmente poi ridimensionato o ricolorato. Alcuni semplici clic del mouse producono risultati impressionanti.

Fai clic sulla destra di un blocco di colori per dividerlo in verticale e sulla parte inferiore di un blocco per dividerlo in orizzontale. Clicca in qualsiasi altra parte del blocco per modificarne il colore. I divisori dei blocchi possono essere trascinati per ridimensionarli.

MONDRIMAT

Non c’è la possibilità purtroppo di salvare direttamente il lavoro realizzato, però ci si può riuscire lo stesso: facciamo lo screenshot dello schermo del pc (premi semplicemente il pulsante “Print Screen” o PrtSc solitamente situato nella fila di tasti funzione sulla parte alta del tastierino numerico – Stamp in italiano), incolliamo la immagine su un file word, attraverso gli “strumenti immagine” ritagliamo la stessa per togliere le “sbavature”, creiamo dal file word un file pdf o jpg (utilizziamo ad esempio PDFCREATOR) e avremo così il nostro personale quadro stile Mondrian, come ho fatto io con il risultato sotto riportato (clicca sull’immagine).

In precedenti articoli, che ripropongo, ho segnalato altre applicazioni attraverso le quali “dipingere” stile Pop Art, Action Painting, Picasso, Arte Astratta.

POP ART

ACTION PAINTING

PICASSO

ARTE ASTRATTA

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IL CUBISMO

“Contentiamoci di far riflettere, non cerchiamo di convincere.”

Georges Braque

IL CUBISMO DI GEORGES BRAQUE – GALLERIA D’ARTE

 

Di solito quando si parla di CUBISMO si pensa a Picasso. Certamente è uno degli artisti più noti al mondo e tra i massimi esponenti dell’evoluzione cubista, ma non è del tutto vero che questa corrente artistica è iniziata con l’opera di Picasso. Pensiamo a Georges Braque. Quando espose nella prima personale alla galleria Kahnweiler di Parigi, alcune vedute dell’Estaque (una località vicino a Marsiglia), il critico Vauxcelles, vedendole, usò l’espressione “bizzarrie cubiche”. Si stava già assistendo ad una scomposizione del tessuto pittorico in una serie di tessere giustapposte.

In un primo tempo Braque aveva aderito alla corrente dei fauves , affascinato dai forti contrasti lineari e cromatici della loro pittura, ma è Paul Cézanne, nell’ultima fase della sua lunga attività pittorica, a dare impulso alle idee di Braque e Picasso, allontanandoli dalla figurazione tradizionale e proponendo la tendenza a rappresentare gli oggetti come se fossero osservati da più punti di vista contemporaneamente. Attraverso il colore le figure venivano ricondotte a forme geometriche essenziali come il cono, il cilindro, la sfera.

In natura tutto è modellato secondo tre moduli fondamentali: la sfera, il cono e il cilindro. Bisogna imparare a dipingere queste semplicissime figure, poi si potrà fare tutto ciò che si vuole.” Paul Cézanne.

                                 “Il lago di Annecy” Paul Cèzanne.                                                                                             Risultati immagini per CEZANNE ILLAGODI ANNECY

Risultati immagini per ritratto di ambroise vollard  “Ritratto di Ambroise Vollard” Pablo Picasso                    

Ponendoci di fronte alla raffigurazione che Picasso fece del proprio gallerista, ci troviamo davanti ad una netta rottura con i canoni della ritrattistica allora in voga. La figura è riconoscibile ma sottoposta ad un processo di geometrizzazione. L’immagine appare scomposta in molte parti successivamente riassemblate liberamente. Si assiste ad un intersecarsi di piani e superfici che tuttavia non impedisce la percezione della figura e persino dell’espressione del viso. Concretezza e astrazione sembrano fuse in opere che i primi critici tra i quali Henri Matisse, definivano “ridotte a piccoli cubi”.

Da qui il nome CUBISMO. Nell’opera di Georges Braque “Case all’Estaque” (vedi galleria d’arte) viene portato alle estreme conseguenze il modello geometrico-strutturale di Cézanne. Quest’ultimo, nella tela “Il lago di Annecy” aveva disposto larghe pennellate di colore come tessere di un puzzle. In entrambe le figure un albero è posto in primo piano, ma nell’opera di Braque un vero e proprio mosaico di tessere traduce l’intero paesaggio in poche forme regolari e solide . In “Case all’Estaque” e “Alberi all’Estaque” (vedi galleria d’arte) è subentrato nel modo di rapportarsi a Cézanne un mutamento sostanziale. La gamma di colori utilizzati si riduce, il cielo e il vuoto sono del tutto aboliti. Campeggiano forme geometriche mentre gli unici elementi curvilinei sono presenti nei tronchi dell’albero, con l’esito di accentuare maggiormente il montaggio ascensionale dei solidi geometrici.

Si può suddividere il Cubismo in tre momenti tra loro distinti e successivi:

  • una fase iniziale dipendente dalle ricerche di Cézanne e caratterizzata da una forte semplificazione delle forme;
  • una fase analitica nella quale l’oggetto viene analizzato e mostrato nei suoi molteplici aspetti;
  • una fase matura (detta sintetica) nella quale gli artisti recuperano l’unità dell’oggetto rappresentandolo non in maniera naturalistica, ma secondo processi mentali più che visivi.

Durante la fase analitica (1909/10 – 1912) i piani in cui sono scomposti gli oggetti si intersecano e si compenetrano fino ad annullarne la leggibilità. Osservando tra le altre “Violino” (vedi galleria d’arte), si vede che l’oggetto rappresentato non è più riconoscibile per la sua sagoma, praticamente scomparsa, ma attraverso simboli della scrittura musicale. Le opere di questo periodo sono spesso dominate da tonalità che non hanno alcun riferimento ai colori reali degli oggetti raffigurati.

A partire dal 1912, la pittura cubista subisce una profonda trasformazione: i quadri diventano di nuovo leggibili. Nell’opera “Donna con chitarra” (vedi galleria d’arte) viene ripresa la figura umana che suona uno strumento, già presente nel cubismo analitico, ma la figura è chiaramente riconoscibile e si riduce la molteplicità dei punti di vista, i piani si dilatano e si semplificano, le citazioni oggettuali sono immediatamente comprensibili. Braque elabora il contrasto di bianchi, bruni e neri e lo schema a ventaglio.

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LA POP ART

Derivato dalla contrazione della definizione inglese Popular art (arte popolare), il nome di questa tendenza designa una duplice esperienza, sviluppatasi prima in Gran Bretagna alla metà degli anni cinquanta e in seguito negli Stati Uniti. Il grande successo di questa corrente si lega però agli anni della sua diffusione oltreoceano, dove, più che in ogni altro luogo del mondo, l’arte poté incarnare il mito e il sogno della società del benessere per tutti. Ispirandosi ai linguaggi della comunicazione di massa (cinema, televisione, manifesti pubblicitari, fumetti e rotocalchi) la Pop Art cominciò a proporre come proprio esclusivo soggetto il mondo degli oggetti di consumo, prodotti in serie dall’industria, promossi dalle réclame ed esposti nei supermercati, che vennero elevati al rango di opera d’arte in quanto simboli per eccellenza della società contemporanea.

Andy Warhol, con un passato da vetrinista e illustratore commerciale, approdò ad un linguaggio estetico in cui, bandita ogni impronta personale, si conferiva all’opera un’assoluta neutralità comunicativa. A tal fine Warhol adottò tecniche di produzione industriale dell’immagine e inventò la cosiddetta Factory, vera e propria officina dell’arte, che diede alla luce creazioni industriali di immagini i cui protagonisti erano i beni di largo consumo. Egli non inventava, ma riproduceva all’infinito le cose che facevano parte della cultura americana contemporanea. Nella maggior parte delle immagini di Warhol l’oggetto di consumo è ripetuto più volte. La ripetizione rispecchia la sua natura di prodotto industriale, realizzato in serie, esposto sugli scaffali dei supermercati e proposto dall’invadenza visiva dei messaggi pubblicitari.

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Alle stessa stregua l’artista trattò anche i volti dei protagonisti dello star system, come Marilyn  Monroe ed Elvis Presley.

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A partire dal 1962 Andy Warhol realizzò una serie di opere dedicate a Marilyn Monroe, l’attrice americana morta proprio quell’anno e divenuta una dei miti del cinema americano. L’autore utilizza la stessa fotografia che ritrae Marilyn sorridente e la ripete più volte rielaborandola solo dal punto di vista cromatico. La ripetizione e moltiplicazione dell’immagine sembra annullare l’identità e la personalità del soggetto ritratto e lo accomuna a uno dei tanti prodotti inscatolati che si trovano sugli scaffali dei supermercati, pronti per essere consumati. Anche il procedimento meccanico della fotoserigrafia, utilizzato per la sua realizzazione e ben diverso dalla pratica manuale della pittura, contribuisce a creare un’immagine stereotipata e distaccata.

La fotografia utilizzata da Warhol era stata realizzata alcuni anni prima per pubblicizzare un film di Marilyn. L’artista restringe l’inquadratura mettendo in primissimo piano il volto e lo colora con tinte innaturali stese in modo piatto, con l’esito di annullare ogni effetto tridimensionale dell’immagine. Tuttavia i cambiamenti di colore mettono in evidenza ogni volta elementi diversi del ritratto: i capelli, gli occhi, la bocca, dando vita a immagini che comunicano allo spettatore impressioni differenti.

VIDEO

ANDY WARHOL – MARILYN – TRECCANI

 

Siti web che permettono di creare un disegno o una fotografia alla maniera di Andy Warhol.

Se vuoi creare un ritratto pop art personalizzando anche i colori clicca sotto

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JOAN MIRO’ – Magia dell’arte e coraggio di essere se stessi

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JOAN MIRO’ – GALLERIA D’ARTE E VIDEO

MIRO’ – POESIA E LUCE – TRECCANI

“Mio padre era un uomo molto pragmatico, l’esatto contrario di mia madre. Quando una volta, mentre eravamo a caccia insieme, io dissi che il cielo era color lilla, lui mi prese in giro e io mi arrabbiai moltissimo…”

Nato a Barcellona nel 1893, Miro’ divenne un artista in condizioni del tutto avverse: in famiglia cercavano di indirizzarlo verso una professione più sicura rispetto a quella dell’artista, il mondo accademico aveva conosciuto il Cubismo, il Dada, i Fauves, l’arte aveva superato l’obbligo di rappresentare oggetti riconoscibili, si erano formati campi avversi. I giovani artisti dovevano decidere da che parte stare e al tempo stesso trovare una propria identità.

Mirò, bambino sognatore, chiuso in se stesso e pessimo scolaro, a sette anni ricevette le prime nozioni di disegno.

Inviato dai genitori in vacanza dalla nonna materna che viveva a Maiorca  perché potesse beneficiarne la sua salute cagionevole, Mirò trascorreva gran parte del suo tempo a disegnare in solitudine.

All’età di quattordici anni, tenuto conto dei suoi modesti risultati scolastici, il padre insistette per una formazione di tipo commerciale. Ma il ragazzo poté anche iscriversi ad una celebre accademia d’arte dove aveva insegnato il padre di Picasso. Diversamente da Picasso, che a quell’epoca padroneggiava tutte le tecniche accademiche, Mirò era un assoluto principiante, apparentemente senza un particolare talento.

A diciassette anni Mirò ottenne un posto da contabile in un’impresa chimico-metallurgica e mise da parte pennelli e tavolozza.

Questo provocò in lui un forte esaurimento nervoso e ciò convinse il padre che la sua propensione per il mondo degli affari era del tutto scarsa.

A diciannove anni Mirò si iscrisse all’accademia Galì di Barcellona, dove ogni studente poteva sviluppare la propria personale creatività. Nonostante il maestro comunicasse al padre di Mirò che il ragazzo aveva un enorme talento, la sua famiglia, per quanto agiata, non intendeva aiutare materialmente il figlio nel suo progetto di diventare artista. I genitori desideravano che trovasse un impiego per rendersi economicamente indipendente.

“Per mantenermi e allo stesso tempo continuare a dipingere, la mia famiglia mi consigliò di farmi monaco o, in alternativa, di andare soldato…” A quel tempo in Spagna un giovanotto doveva assolvere il servizio militare a meno che la famiglia non lo riscattasse con una somma sostitutiva. Il padre di Mirò pagò solo in parte, così che egli dovette trascorrere un servizio abbreviato di tre mesi all’anno, (da ottobre a dicembre) nel servizio militare dal 1915 al 1917. Per il resto del tempo si dedicava all’arte.

I primi lavori di Mirò risentono dell’influenza dei Fauves, che ebbe tra i più celebri rappresentanti Henri Matisse. Mirò ricorse ai generi tradizionali della natura morta, del paesaggio e del ritratto mentre maturava un proprio stile, sperimentando nuove teorie cromatiche. Nel dipinto “Il sentiero, Ciurana” è ritratto il paesaggio collinare nei dintorni di Montroig, l’artista abbandona i colori naturali, le singole pennellate si inseriscono in un ritmo di colori spezzati, tra i quali si contrappongono i gialli, i verdi, i blu e i lilla che salgono e scendono in raggruppamenti di motivi rigati.

Nel 1920 Mirò arrivò a Parigi dopo una lunga riflessione su come avrebbe potuto mantenersi durante il soggiorno: “Io che attualmente non posseggo NULLA, devo guadagnarmi da vivere, che sia qui, o a Parigi, o a Tokyo o in India”.

Anche se pare che avesse ricevuto una certa somma dalla madre per coprire le prime spese, viveva in un albergo di conterranei che ospitava molti altri intellettuali catalani. Durante il soggiorno nella capitale, Mirò incontrò Picasso che lo incoraggiò molto. Passato un primo periodo in cui ebbe la meglio un certo timore reverenziale, Mirò ritrovò il proprio equilibrio e fu nuovamente in grado di osservare il mondo artistico parigino con occhio critico. Si rese conto che la maggior parte dell’arte contemporanea era creata a scopo commerciale e non proveniva dall’esigenza di dare espressione a idee vitali.  “Ho visto qualche mostra dei moderni. I francesi dormono. Esposizione Rosenberg. Opere di Picasso e di Charlot. Picasso molto bello, molto sensibile, un grande pittore. La visita al suo atelier mi ha depresso. Tutto è dipinto per il suo mercante, per i soldi: andare da Picasso è come andare a trovare una ballerina con troppi spasimanti…”

A partire dal 1923 si assiste ad un progressivo allontanamento dalla realtà riconoscibile: in “Paesaggio catalano (Il cacciatore)” il mondo oggettuale è stato ridotto ad un limitato numero di segni. Del cacciatore è riconoscibile solo la pipa, tutto il resto è ricondotto a poche linee. Afferma l’artista: “Lavoro molto duramente; mi muovo verso un’arte concettuale che considera la realtà solo come punto di partenza e mai come fine”.

Quando dipinse “Il carnevale di Arlecchino”, Mirò aveva un suo atelier: “Come mi venivano in mente tutte le idee per i miei dipinti? Tornavo tardi la sera nel mio atelier in rue Blomet e andavo a letto, a volte senza aver mangiato nulla. Vedevo cose e le annotavo sul mio taccuino. Mi apparivano visioni sul soffitto…”.

Egli afferma spesso di lavorare sulla base delle allucinazioni provocate dalla fame: spendeva i suoi soldi per pagarsi i colori, il sapone e i viaggi in Spagna.

Nel 1937 si celebrò l’anno dell’Esposizione mondiale di Parigi. Il padiglione spagnolo mostrava la celeberrima “Guernica” di Pablo Picasso che si riferiva al primo bombardamento su persone inermi durante la guerra civile spagnola.  Mirò fu invitato a realizzare una parete che si estendeva su due piani. Egli, che non aveva mai dipinto nulla di tali dimensioni, realizzò il ritratto monumentale di un contadino catalano che tiene una falce nel pugno teso: “Il Mietitore”. 

Alla viglia della seconda guerra mondiale Mirò dipinge “La scala della fuga” metafora della via d’uscita dalle condizioni opprimenti del tempo.

“Fu il periodo in cui scoppiò la guerra. Sentivo il bisogno di fuggire. Consapevolmente mi rifugiai in me stesso. La notte, la musica, le stelle cominciavano ad assumere un ruolo importante nella mia ricerca di idee per i dipinti…”

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L’UOMO BIANCO – DALL’IMMAGINE AL TESTO NARRATIVO

   Autore: Lyonel Feininger

Titolo: L’uomo bianco

Data di composizione: 1907

Tecnica: olio su tela

Ubicazione: Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza

Vi propongo un’immagine dalla quale possono scaturire non solo interessanti ricerche correlate all’arte, ma anche fantasiose produzioni di testi per alunni di varie età.

Osservando questo dipinto, non è infatti difficile immaginare una storia intorno al personaggio che campeggia in primo piano e si impone con le sue dimensioni smisurate agli occhi dell’osservatore, che non può non notare le sue particolarità: il suo corpo spigoloso, la sua andatura calma e dinoccolata, il suo abito bianco che contrasta con lo sfondo che ritrae un paesaggio urbano dai colori intensi e innaturali.

L’uomo bianco cammina, mano in tasca, e fuma la pipa. Deve piegare un po’ la testa perché possa entrare nella tela, ha un atteggiamento rilassato.

Dietro di lui una figura in nero, di dimensioni molto ridotte, procede nella stessa direzione. Si tratta di un uomo che assume una postura simile a quella del protagonista, anch’egli con le mani in tasca, sembra lo stia osservando.

Le due figure sono opposte per i colori (bianco e nero) e per le dimensioni: il primo torreggia dominando la scena del paesaggio urbano, l’altro appare come un’ombra in secondo piano e comunica una sensazione inquietante che contrasta con l’atteggiamento apparentemente indifferente dell’uomo bianco. Il dipinto nell’insieme desta molte emozioni nell’osservatore: l’ambiente è serale, i palazzi sono di colore verde e rosso mattone, poche luci illuminano la strada… Un uomo altissimo dalle gambe lunghe e il busto corto, con lo sguardo fisso davanti a sé e immerso nei suoi pensieri, procede lentamente, ignaro di essere accompagnato da una figura sinistra e scura.

Nato a New York ma di origini tedesche, Lyonel Feininger si trasferisce in Europa a sedici anni con i genitori, entrambi musicisti. Scoperta la propria vocazione, lavora inizialmente come caricaturista politico per riviste satiriche e passa poi alla pittura, in stretto contatto con le avanguardie artistiche tedesche e francesi. Nel 1936, considerato dai nazisti un artista degenerato, torna negli Stati Uniti dove si dedica alla pittura e al fumetto d’avanguardia.

SCRIVIAMO UN TESTO IN PRIMA PERSONA

L’INIZIO LO SCRIVO IO…

Era sera, mia madre ci aveva detto che la cena era pronta, ma io, come sempre, avevo altro da fare… D’un tratto uno strano bagliore attirò la mia attenzione. Mi affacciai alla finestra della mia stanza, quindicesimo piano di un palazzo pressoché disabitato, tranne in estate, quando centinaia di turisti in cerca di alloggi economici prendevano in affitto molti degli appartamenti oramai liberi. Quello che vidi era così singolare che nessuno mi ha mai voluto credere. In realtà, quella sera d’autunno, per le strade deserte del mio quartiere, io vidi un uomo dalle proporzioni gigantesche. Era vestito di bianco e sembrava passeggiare serenamente immerso nei suoi pensieri. A guardarlo bene era sproporzionato: il busto e la testa erano piccoli rispetto alle due gambe lunghissime che sembravano voler arrivare fino al cielo. Era un tipo maestoso, apparentemente calmo, come se stesse gustando una pacifica passeggiata solitaria dopo una cena troppo pesante. Mi sporsi per guardare meglio. Quello che vidi mi terrorizzò: un ometto goffo e vestito di nero lo accompagnava nella notte, ne assumeva gli atteggiamenti, lo guardava dal basso della sua minuscola statura, almeno in confronto a quella dell’altro, che sembrava tuttavia di non vederlo. Trotterellava al suo fianco per restare al passo, ma continuava a mantenere la stessa esatta postura. Non riuscivo a scorgerne precisamente i lineamenti, ma sono certo che indossava un cappello simile ad un cilindro nero come il suo pastrano. Chi erano mai i due personaggi? Che cosa facevano in questa stagione nelle strade deserte della mia città… L’uomo bianco, nonostante fosse a più di cento metri dalla mia casa, era perfettamente visibile e io ne osservavo il cappello nero calzato su una testa piccola che lasciava scoperte le spesse basette e le folte sopracciglia. Che fosse un gigante!

ORA CONTINUA TU…