INVALSI ITALIANO

PROVE INVALSI 2016/17

La cangurina Giovanna

In una sconfinata pianura dell’Australia, vicino a un grande bosco di eucalipti, viveva Giovanna, una piccola cangurina con occhi vispi e con una grande passione: quella di raccontare le sue innumerevoli avventure. Che spesso, però, non erano del tutto vere. E infatti qualcuno cominciò a dubitare che tutte le storie di Giovanna fossero in realtà solo delle grandi fandonie, o bugie che dir si voglia. E i suoi amici erano arrivati al punto di non crederle proprio più. E fu così che la cangurina si ritrovò sola, evitata da tutti. Giovanna divenne molto triste. Lei pensava che raccontando bugie tutti sarebbero rimasti affascinati dalle sue imprese. Ed era quindi convinta che più bugie diceva più amici avrebbe avuto. Ma si sbagliava.

Una sera Giovanna incontrò suo cugino Gastone, un timido Koala. Giovanna, come al solito, iniziò a raccontare anche a Gastone alcune delle sue incredibili storie.

Gastone finse di credere a ciò che Giovanna diceva, poi a un tratto esclamò:- Certo Giovanna che hai una bella fantasia! Ce l’avessi io!

– Ma… come? Non mi credi?- disse Giovanna, sbalordita.

-Vedi Giovanna, se tu racconti sempre e solo bugie i tuoi amici cominceranno a pensare che tu li vuoi prendere in giro. E non è bello prendere in giro gli amici. Perché prima o poi ti abbandonano. Sai Giovanna – continuò Gastone – esistono tanti modi per farsi apprezzare dagli amici, come essere generosi, disponibili, o, più semplicemente, dimostrando di aver voglia di stare con loro.

Improvvisamente Giovanna si era resa conto di quanto fosse stata stupida a comportarsi in quel modo e provò una grande vergogna. – Hai ragione Gastone. Come posso rimediare adesso? I miei amici non mi vorranno più vedere! – disse Giovanna.

– Basterà che tu chieda loro scusa e cominci a comportarti per quello che sei realmente e vedrai che tutto tornerà come prima! – rispose Gastone.

Giovanna mise in pratica i consigli di Gastone e, in effetti, tutto si aggiustò in pochissimo tempo. Ancora oggi Giovanna racconta ai suoi piccoli cangurini le fantastiche avventure di un canguro  dai poteri eccezionali… ma che soprattutto non diceva mai bugie!

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VERSO L’INVALSI – LETTURA E COMPRENSIONE CLASSE SECONDA

Risultati immagini per ascolta il tuo cuore pitzorno

Tratto da “Ascolta il mio cuore” di Bianca Pitzorno, Mondadori 

Quando era piccola, Prisca si era sempre rifiutata di imparare a nuotare con la testa sott’acqua, come pretendevano suo padre e suo nonno.
Era convinta che il mare, attraverso i buchi delle orecchie, potesse entrarle nel cervello.
E un cervello annacquato, si sa, funziona male.
Forse che il nonno, quando lei non capiva al volo qualcosa, non le diceva spazientito: – Ma ti è andato in brodo il cervello?

Per lo stesso motivo Prisca non voleva mai tuffarsi dalla barca o dal molo, come facevano suo fratello Gabriele e gli altri bambini.
E, naturalmente, c’era sempre qualche dispettoso che mentre lei nuotava tranquilla con il mento sollevato, le arrivava zitto zitto alle spalle, le metteva una mano sulla testa e la cacciava sotto.
Quanti pianti si era fatta! Di paura, ma soprattutto di rabbia impotente.
Tanto più che quando andava a protestare dalla madre sotto l’ombrellone, quella, invece di difenderla o consolarla, la sgridava: – Non sai stare agli scherzi. Sei troppo permalosa. In fondo cosa ti hanno fatto? Finirai per diventare lo zimbello della spiaggia.
Poi era cresciuta e aveva capito che l’acqua non può assolutamente entrare nel cervello.
Né attraverso le orecchie, né attraverso gli altri buchi che abbiamo in faccia.
Glielo aveva spiegato, mostrandole anche un disegno scientifico su un libro di medicina, il dottor Maffei, zio della sua amica Elisa.

– Dalla bocca e dal naso l’acqua potrebbe entrarti semmai nei polmoni, oppure nello stomaco – le aveva spiegato – ma nel cervello assolutamente no.

Era un pensiero rassicurante.
Perciò adesso che aveva nove anni Prisca si tuffava con la bocca serrata, stringendosi il naso con due dita, e aveva imparato a nuotare con la testa mezza sotto.
Sapeva fare anche “il morto” in modo perfetto, completamente immersa: non solo le orecchie, ma persino gli occhi, aperti, anche se bruciavano un po’.
Fuori restavano solo le narici, un millimetro appena sopra il pelo dell’acqua.
Questo l’aveva imparato da Dinosaura, la quale, essendo una tartaruga di terra (nome scientifico: “Testudo graeca”) non aveva le branchie ma i polmoni, e quindi doveva per forza respirare aria.
Era una tartaruga di terra, ma quando Prisca la portava alla spiaggia e la metteva sotto l’ombrellone, Dinosaura la seguiva in acqua e se ne stava a galleggiare vicino alla riva, col guscio giallo e marrone totalmente immerso e solo le narici fuori, muovendo impercettibilmente le zampe.
Naturalmente non faceva “il morto”.
E’ noto a tutti che le tartarughe detestano stare a pancia all’aria e che se capita di incontrarne una in quella posizione bisogna farle subito il favore di ribaltarla in modo che possa camminare.
Una volta che Dinosaura faceva il bagno a quel modo, la corrente l’aveva portata al largo, lontanissima, fino a farla sparire.
Prisca aveva pianto e pianto, perché pensava di averla perduta per sempre.
Invece l’indomani, alle sette del mattino, un agente della Finanza era venuto a bussare a casa Puntoni.
Riportava Dinosaura, e Ines, ch’era andata ad aprire, riferì che il giovanotto non sapeva se ridere o essere arrabbiato, perché la tartaruga, dalla gran paura di trovarsi sballottata in mani estranee, era stata presa da un attacco di diarrea e gli aveva fatto una gran cacca biancoverdastra sui pantaloni della divisa.
Alle tartarughe succede sempre così quando si emozionano: Prisca ed Elisa lo avevano sperimentato a loro spese. Dove stava di casa Dinosaura il finanziere lo aveva capito dalla targa, che era anche il motivo per cui la tartaruga era stata salvata dalle acque e non era finita in Spagna.
Verso le cinque di mattina i finanzieri erano al largo sulla motovedetta in cerca di contrabbandieri, quando avevano visto nell’acqua la tartaruga che nuotava sforzandosi di avvicinarsi alla riva, ma la corrente la spingeva indietro, verso il mare aperto.
Si erano accorti subito che non si trattava di una tartaruga qualunque, perché aveva la targa come un’automobile e, pieni di curiosità, l’avevano ripescata con la reticella dei pesci.
Quella della targa era stata una brillante idea di Ines, la cameriera più giovane di casa Puntoni.
Ines si era accorta che lì al mare, poiché la casa che prendevano tutti gli anni in affitto era al pianterreno, Dinosaura spesso e volentieri usciva e se ne andava a spasso per le vie del paese, col rischio che qualcuno, credendola una tartaruga selvatica, la prendesse e se la portasse via.
Allora Ines aveva preso un rotolo di cerotto rosa, del tipo più robusto, ne aveva ritagliato un rettangolo e glielo aveva applicato sulla parte posteriore del guscio.
Prima ci aveva scritto sopra Dinosaura Puntoni.
Lungomare Cristoforo Colombo 29.
Di fianco al bar Gino.
Lo aveva scritto con la matita copiativa, premendo forte.
-Così anche se si bagna non sbiadisce – aveva detto.
Prisca era piena d’ammirazione per il senso pratico di Ines.
La mamma e Gabriele invece si erano fatti mille risate e le avevano trattate da sceme.

– Una tartaruga targata come un’automobile! Chi ha mai visto un’idiozia simile?!

E invece ecco che, proprio grazie alla targa, il finanziere aveva capito che Dinosaura faceva parte della famiglia Puntoni e l’aveva riportata a casa.

TEST DI COMPRENSIONE

 

Prepariamoci all’Invalsi – ITALIANO CLASSE SECONDA

COCCODRILLO INNAMORATO Da diversi giorni Coccodrillo gira in qua e in là, in su e in giù, senza darsi pace. A volte sente tanto freddo, a volte ha fin troppo caldo, a volte è estremamente abbattuto e triste, a volte, invece, è talmente felice che abbraccerebbe il mondo intero per la gioia. Il motivo è…
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PREPARIAMOCI ALL’INVALSI – LETTURA E COMPRENSIONE – CLASSE SECONDA -2-

“L’ORTO” Tratto da “Mio nonno era un ciliegio” di Angela Nanetti. Einaudi ragazzi Dopo la morte della nonna, il nonno Ottaviano continuò ad abitare dov’era sempre vissuto e a coltivare l’orto. Dei polli, invece, non si occupò più: un giorno li prese, li mise dentro le ceste e li portò in paese, dal solito macellaio….
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PREPARIAMOCI ALL’INVALSI – ITALIANO CLASSE QUINTA

IN UNA NOTTE BUIA Fu’ad e Jamila attraversarono gli stretti vicoli mano nella mano fino a raggiungere la spiaggia. Le onde si scioglievano a riva in una piccola schiuma biancastra e il profumo salmastro dell’aria saliva per le narici solleticando il naso. Fu’ad accarezzò la pancia tonda di Jamila e la baciò pensando che il…
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PREPARIAMOCI ALL’INVALSI – ITALIANO CLASSE QUINTA

Abbaiare stanca

 

Fino alle cinque del pomeriggio la casa rimaneva vuota. Mela e il Muschioso tornavano a uscire. La Spepa andava ad appiccicare il naso alle vetrine. Il Cane restava solo. Meglio. Almeno non dava fastidio a nessuno. E poteva riflettere. Il silenzio gli era d’aiuto. Pensava. L’atteggiamento di Spepa e del Muschioso nei suoi confronti non lo stupiva: quei due non lo avevano mai amato.

Ma Mela? Mela?… Come aveva potuto amarlo e poi smettere di colpo, così, senza ragione? Che cosa aveva fatto lui per provocare quel brutto cambiamento? Niente. Che strana padrona… Com’erano imprevedibili, gli esseri umani!

Era triste, eccome. Ma attraverso la tristezza si faceva strada un altro sentimento: la vergogna. La vergogna e l’ira verso se stesso: non aveva saputo ammaestrare Mela, ecco la verità! Muso Nero si sarebbe molto arrabbiata con lui. Lei lo aveva mandato in città non solo per trovare una padrona, ma anche per ammaestrarla. E lui aveva fallito. Si era fatto coccolare da Mela come un bambino viziato, finché il capriccio della padroncina era durato. E non appena lei si era disinteressata di lui, non aveva più saputo cosa fare. Ma come si fa ad ammaestrare qualcuno che neanche ti vede?

Le idee gli turbinavano nella testa fino a che non sapeva più cosa pensare. Allora, quando si sentiva completamente perduto, si ricordava della frase del Lanoso a proposito della padrona che lo aveva abbandonato: “A che servirebbe seguirla? Visto che lei non voleva più saperne di me, a che sarebbe servito?” E poi il Nasale aveva parlato di “dignità”… Il Cane cominciava a farsi un’idea di che cosa potesse essere la “dignità”. In fondo, Mela lo aveva abbandonato. Proprio come la padrona del Lanoso. E lui rimaneva lì ad aspettare. Aspettare che cosa? Che l’amore di Mela tornasse, come per magia? Che stupidaggine!

Non erano piuttosto le comodità e il cibo quotidiano a trattenerlo? Bella dignità, la sua! E pensare che si era vergognato del comportamento del Nasale davanti ai giornalisti… Ma lui, il Cane, si stava comportando forse meglio del Nasale restando in quella casa dove Mela faceva come se lui non esistesse, la Spepa pensava che lui esistesse fin troppo e il Muschioso lo teneva al guinzaglio come se fosse un aquilone?

A forza di riflettere, si finisce per arrivare a una conclusione. A forza di giungere a una conclusione, succede che si prende una decisione. E una volta presa la decisione, succede che si agisce per davvero. Decise di fuggire. E lo fece.

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