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READING COMPREHENSION-HOMES IN THE UK

HOMES IN THE UK

 

parts of a house

House
LISTEN
In the UK, 82% of homes are houses and 17% are flats. There are lots of different types of houses.

Houses can be detached (= separate from other houses); semi-detached (= connected to one house on one side) or terraced (= connected to two other houses, one on each side.)

Flats are usually in a block (a block of flats is a building with four or more floors / storeys) or they are converted from old houses. For example, you can find a flat above a shop.

Some people also live in a bungalow: a one-storey house.

A house is often on two or more floors. On the ground floor (or downstairs) there’s usually a hall (where you go in) and then other rooms, such as kitchen and living room. On the first floor (or upstairs) there are usually bedrooms and a bathroom.

In some houses there is also an attic or lofta room under the roof. Some houses have a garage attached (for the car), and often there is a garden: a front garden (in front of the house) and a back garden (behind the house).

LISTEN

Other rooms are a dining room (either part of the kitchen or a separate room) for eating meals, a utility room (where you can find the washing machine, etc), a study (where there is a desk and computer). In bigger houses there is more than one bathroom. Some bedrooms can have “ensuite” bathrooms, and there is often an extra toilet (or “loo”) downstairs.

In the bedroom you can find one or more beds. Small beds (for one person) are single beds, while larger beds (for two people) are double beds. If children share a room, they often sleep in bunk beds – one bed above the other, which a child can reach with a ladder. Other furniture in a bedroom is a wardrobe (where you hang clothes such as coats, trousers, skirts and dresses) and a chest of drawers, where you put smaller items like underwear, T-shirts, jumpers, etc.

Here are some of the things you can find in a kitchen: a kitchen table and chairs, kitchen cupboards (for storage) at eye level fixed to the wall, or at floor level; a fridge and perhaps a freezer;  cooker which consists of an oven (for cooking roast meat, or baking cakes, etc) and a hob (four or five rings for cooking pasta etc); sink (for washing plates, washing vegetables etc); work surfaces (for preparing food); a dishwasher (machine to wash plates).                     

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LA MIA CASA
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I NOMI DELLE STANZE E DEGLI ARREDI DELLA CASA IN INGLESE.
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MY HOUSE

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LE FONTI STORICHE

LE FONTI STORICHE

Come fai a dire che quello che trovi scritto sui libri di storia è realmente accaduto, visto che non c’eri e non l’hai visto accadere? Lo puoi affermare perché esistono gli storici, che hanno come scopo proprio quello di ricostruire i fatti e i cambiamenti avvenuti nella vita dell’uomo in passato servendosi dello studio di alcune tracce.

Allo stesso modo tu non sapresti dire com’eri a sei mesi di età. Per saperlo hai bisogno di chiederlo a qualcuno, oppure di ricorrere ad altre fonti come foto, video. Quello che devi fare è appunto andare alla ricerca di tracce che ti permettano di conoscere il tuo passato.  Queste tracce si chiamano fonti e possono essere scritte, orali, materiali e visive.

Le fonti scritte sono tutte quelle che riguardano la scrittura. Per conoscere la tua storia personale potrebbero essere utili certificati e qualunque altro tipo di informazione scritta che ti riguarda. Ci sono alcuni dati registrati nei comuni di residenza: nel comune dove abiti puoi chiedere il tuo certificato di nascita, che indica il giorno in cui sei nato e dove. Altre informazioni potrebbero essere scritte su album di famiglia come per esempio il tuo peso e la tua lunghezza il giorno in cui sei nato. E quando sarai adulto, potrai ricordare esperienze e sentimenti del passato rileggendo i testi della scuola primaria o della scuola media.

La stessa cosa che vale per te, vale anche per le più antiche civiltà della storia: conosciamo i Sumeri, gli antichi Egizi e le altre grandi civiltà del passato anche perché abbiamo trovato documenti scritti appartenenti ad esse. Così, dopo millenni, possiamo sapere cosa pensavano e come vivevano quegli uomini. Risultati immagini per scritti egizi

Qui a fianco puoi vedere un manoscritto di medicina dell’antico Egitto. Attraverso documenti come questo noi sappiamo che gli Egizi erano esperti in campo medico e che esisteva persino uno specialista per ogni tipo di malattia.  La scrittura ci ha consegnato tutte le grandi opere letterarie attraverso le quali gli esseri umani hanno potuto esprimere nel tempo sentimenti, credenze e pensieri. 

Le  fonti materiali sono opere e oggetti realizzati dall’uomo come edifici, gioielli, strade, ma anche resti di animali e vegetali, scheletri e così via. Come gli altri tipi di fonte, anche questo permette di fare un salto nel passato e forse di suscitare anche una certa nostalgia! Pensa per esempio che sensazione può dare entrare da adulti in una soffitta piena di giocattoli e di oggetti costruiti quando si era bambini. 

Tra le fonti materiali ci sono i fossili che testimoniano com’era la vita sulla Terra milioni di anni fa. Di sicuro conosci i dinosauri eppure non ne hai visto nemmeno uno! Come mai? La risposta è semplice: alcune fonti materiali ti hanno permesso di vedere come erano fatti animali vissuti in epoche lontanissime, quando ancora l’uomo non era comparso sulla Terra. La forma dei denti è un chiaro indizio di quello che mangiavano, gli scheletri mostrano i loro punti di forza. Il posto in cui sono stati ritrovati fa capire che tante cose sono cambiate nel mondo prima che nascessero gli uomini.

Un altro tipo di fonte materiale è costituito dai vestiti: visitando mostre di abiti si capiscono molte cose della società e delle persone alla quali sono appartenuti, oltre alla evoluzione dei gusti estetici e della moda.

Quante cose puoi imparare osservando santuari, castelli, ville, terme, come pure anfiteatri, tombe e basiliche? Sicuramente hai sentito parlare delle piramidi, del Colosseo, o di altri monumenti famosissimi.

Immagine correlata

Le fonti visive riguardano le immagini e sono il mezzo più facile e veloce per capire fatti avvenuti nel passato. Oggi tutti possono fare video con tablet e cellulari e produrre in questo modo fonti che testimoniano esattamente come sono avvenuti i fatti registrati. Per avvenimenti più lontani nel tempo sono disponibili foto e filmati fatti con attrezzature meno moderne, ma non per questo meno preziose. Pensa quale meravigliosa fonte di conoscenza possono essere le prime fotografie scattate verso la metà dell’ottocento, come quella qui sotto, che rappresenta la città di Costantinopoli ed è stata stampata nel 1876. 

Prima di allora le uniche immagini di persone, cose e paesaggi erano affidate alla pittura. Osserva per esempio l’immagine qui sotto: si tratta di un dipinto di Piero della Francesca intitolato “La città ideale” e prodotto circa nel 1470.

Formerly Piero della Francesca - Ideal City - Galleria Nazionale delle Marche Urbino.jpg

Attraverso la pittura l’uomo ha potuto esprimersi e nel lunghissimo percorso artistico che dalla preistoria conduce fino ai nostri giorni ha dato prova dei grandi mutamenti che sono intervenuti nei suoi pensieri e nel suo modo di rappresentarli. 

Adesso guarda le grotte affrescate dagli uomini primitivi, ci sono immagini che permettono di fare un salto di 18.000 anni nel passato!

Le fonti orali sono tutte le conoscenze del passato derivate da racconti, canti, memorie autobiografiche e riflessioni tramandati a voce. I tuoi nonni possono fornire fonti orali su importanti vicende storiche come le guerre del passato, o anche informazioni su com’era la vita ai loro tempi. Di sicuro noterai che molte cose sono cambiate radicalmente ed altre sono rimaste più o meno le stesse.

Anche gli storici si pongono una serie di domande per scoprire che cosa è accaduto in passato e come vivevano, che cosa pensavano e come si organizzavano gli uomini, le donne e i bambini vissuti in epoche diverse della storia. Per ricostruire un quadro di civiltà si tengono presenti il luogo e il tempo in cui la civiltà è sorta, le attività praticate, le caratteristiche della società, gli aspetti religiosi, le conoscenze possedute. Tutto questo si può comprendere grazie allo studio delle fonti di cui abbiamo parlato finora.

SE VUOI SALVARE E STAMPARE LA SPIEGAZIONE CLICCA ⇒ QUI
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ESERCIZI DI INGLESE ON LINE – PLURALE DEI NOMI

Regular and Irregular Plural Nouns in English

La forma plurale dei nomi in inglese si ottiene generalmente aggiungendo -s alla forma del singolare: 

table → tableschair → chairsname → namesfootballer → footballers

aeroplane → aeroplanes.

Nei nomi che terminano in -s, -sh, -ch, -x, -z, -o si aggiunge -es

bus → busesdish → disheswatch → watchesbox → boxespotato → potatoes, 

adress → adresseschurch → churches.

Nei nomi che terminano in -y preceduta da consonante, si trasforma la y in i e si aggiunge es

baby → babiescountry → countriesdictionary → dictionariesparty → parties

lady → ladies.

Nei  nomi che terminano in -y preceduta da vocale, si aggiunge normalmente la -s

boy → boysday → days.

Nei nomi che terminano in -f e -fe, la -f e la -fe diventa v e si aggiunge –es

half → halvescalf → calveswife → wives.

Fanno eccezione a questa regola: 

roof → roofschief → chiefscliff → cliffsdwarf → dwarfs

man → men (uomo/uomini)
woman → women (donna/donne)
policeman → policemen (poliziotto/i)
fireman → firemen (pompiere/i)
child → children (bambino/i)
person → people (persona/e)
mouse → mice (topo/i)
tooth → teeth (dente/i)
foot → feet (piede/i)
goose → geese (oca/oche)
ox → oxen (bue/buoi)

 

SCRIVI I NOMI AL PLURALE

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ESERCIZIO DI ITALIANO ON LINE – LETTURA E COMPRENSIONE

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“STORIA DELLE MIE STORIE” DI BIANCA PITZORNO

LEGGI IL TESTO, POI RISPONDI ALLE DOMANDE E INFINE FAI IL CRUCIVERBA DI PAROLE.

Una bambina molto arrabbiata

I libri hanno avuto nella mia infanzia un ruolo così importante che, se cerco di immaginarli senza di loro, i miei primi anni si riducono a ben poca cosa. Eppure la mia vita non era quella di una piccola ammalata confinata in un letto, alla quale solo le parole e le immagini stampate (in assenza della televisione che ancora non c’era) potevano fornire notizie ed esperienza della realtà. La mia vita era piena di cose ed esperienze concrete, di rapporti affettivi intensi, di sensazioni fisiche di emozioni… Eppure niente di tutto questo aveva per ma un senso, un valore, un punto di riferimento, se non in rapporto ai libri che contemporaneamente andavo leggendo e rileggendo. Esistevo, ma senza i libri non avrei saputo di esistere. […]

Devo a loro la mia sete di giustizia e i due sentimenti forti che hanno sempre guidato (e tormentato) la mia vita: la rabbia e l’indignazione. Rabbia per le ingiustizie che io stessa pativo, indignazione per le ingiustizie che non mi riguardavano, ma che vedevo patire ad altri.

Gli operatori di ingiustizia erano quelli più forti fisicamente, quelli che avevano potere su di noi, e dunque qualche volta i ragazzi più grandi, ma nella maggior parte dei casi degli adulti.

Se ripenso a me stessa in quegli anni, mi torna subito in mente l’acuta consapevolezza della mia poca forza fisica in confronto a quella dei giganti da cui dipendevo per ogni cosa e il fortissimo, bruciante sentimento di impotenza. Non perché i fatti della mia vita fossero particolarmente infelici, o gli adulti che mi circondavano fossero degli aguzzini, che anzi sono cresciuta in una situazione privilegiata sia dal punto di vista economico che da quello affettivo. Ma perché, anche e soprattutto grazie ai libri, ero consapevole del mio valore (e di quello dei miei piccoli coetanei) come persona, come individuo; e dalla incolmabile disparità di forza fisica, emotiva, economica, che ci metteva inesorabilmente alla mercé dei grandi.

I quali non erano tenuti a rispettare nei nostri confronti alcuna legge, ma agivano, anche i meglio intenzionati, secondo il loro arbitrio e capriccio.

“Perché?”

“Perché sì!” “Cosa credi? Qui comando io!” erano le frasi che governavano i nostri rapporti.

E poi, fossero almeno stati conseguenti. Invece tutti gli adulti che conoscevo, senza esclusione, affermavano a voce un sistema di norme e di valori dei quali esigevano da noi il rispetto, ma erano i primi a violarli, quando di nascosto e quando con allegra noncuranza.

Ricordo la mia indignazione di fronte alle promesse non mantenute, ai patti infranti con una risata. Alla raccomandazione: “Non bisogna dire bugie” subito seguita, allo squillo fastidioso del telefono, dall’invito:”Rispondi tu e dì che non ci sono.”

Per non parlare dei poveri. Quante belle prediche! Siamo tutti fratelli”; “Gli uomini sono tutti uguali”; “I più forti devono proteggere i più deboli.” Però sembrava normale che nei paesi i figli dei pastori andassero in campagna col gregge oppure, se femmine, a servizio prima dei dieci anni; che le cameriere dormissero su una branda in cucina e non potessero lavarsi nel nostro bagno; che i mendicanti non venissero invitati a sedersi a tavola ma ottenessero al massimo uno schifoso miscuglio di avanzi versato con condiscendenza nel barattolo col manico di fil di ferro che si portavano dietro; che a scuola i bambini poveri frequentassero classi diverse dalle nostre e che, se per caso qualcuno di loro capitava per sbaglio con noi, ci fosse vietato invitarli a casa per la merenda.

Era fratellanza questa? Era, quello dei grandi, il modello a cui dovevamo tendere? io non volevo diventare come loro. E se crescere voleva dire somigliare agli adulti che mi vedevo attorno, io non volevo crescere. […] Poi naturalmente, visto che uno non può fare a meno di crescere, come controbatteva Alice (ma io, potendo, avrei fatto la stessa scelta di Peter Pan), mi rassegnai. Sempre però rimpiangendo “l’età d’oro” della mia vita. Non perché allora fossi felice. Ma perché ero integra, fiduciosa nella forza degli ideali, piene di speranza che il mondo, anche grazie a me, potesse in un giorno non lontano cambiare.

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CRUCIVERBA DI PAROLE

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ESERCIZIO DI ITALIANO ON LINE – LETTURA E COMPRENSIONE

Vivere per raccontarla
VIVERE PER RACCONTARLA
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. Non dovette dirmi quale, né dove, dal momento che per noi ne esisteva una sola al mondo: la vecchia casa dei nonni a Aracataca, dove avevo avuto la buona sorte di nascere e dove non avevo più abitato dopo gli otto anni. […]

Sicché quando mia madre mi chiese di andare con lei a vendere la casa non ebbi problemi a dirle di sì. Lei mise in chiaro che non aveva abbastanza denaro e per orgoglio le dissi che mi sarei pagato le mie spese. Al giornale dove lavoravo non avrei potuto risolvere la situazione. Mi pagavano tre pesos per ogni pezzo e quattro per un editoriale quando mancava qualcuno degli editorialisti fissi, ma mi bastavano appena. Cercai invano di chiedere un prestito, perché il direttore mi ricordò che il mio debito originale ammontava a oltre cinquanta pesos. Quel pomeriggio commisi un abuso di cui nessuno dei miei amici sarebbe stato capace. All’uscita dal caffè Colombia, vicino alla libreria, mi incamminai con don Ramón Vinyes, il vecchio maestro e libraio catalano, e gli chiesi in prestito dieci pesos. Ne aveva solo sei.

Né mia madre né io avremmo neppure potuto immaginare che quell’innocente passeggiata di soli due giorni sarebbe stata così determinante per me, che la più lunga e diligente delle vite non mi basterebbe per finire di raccontarla.

Adesso, con oltre settantacinque anni alle mie spalle, so che fu la decisione più importante fra quante dovetti prendere nella mia carriera di scrittore. Ossia, in tutta la mia vita.

Fino all’adolescenza, la memoria ha più interesse per il futuro che per il passato, sicché i miei ricordi del paese non erano ancora stati idealizzati dalla nostalgia. Lo ricordavo così com’era: un buon posto per viverci, dove tutti si conoscevano, in riva a un fiume dalle acque diafane che si precipitavano lungo un letto di pietre polite, bianche ed enormi come uova preistoriche. All’imbrunire, soprattutto in dicembre, quando passavano le piogge e l’aria diventava di diamante, la Sierra Nevada di Santa Marta sembrava avvicinarsi con i suoi picchi bianchi fino alle piantagioni di banani della riva opposta. Da lì si vedevano gli indios arhuacos che correvano in file da formiche sui cornicioni della sierra, con i loro sacchi di zenzero sulla schiena e masticando palle di coca per distrarsi la vita. Noi bambini nutrivamo allora l’illusione di organizzare battaglie con le nevi perpetue e giocare alla guerra nelle strade divampanti. Il caldo era così inverosimile, soprattutto durante la siesta, che gli adulti se ne lamentavano come se ogni giorno fosse stato una sorpresa.

Fin dalla mia nascita avevo sentito ripetere senza tregua che i binari della ferrovia e gli edifici della United Fruit Company erano stati installati di notte, perché di giorno era impossibile afferrare i pezzi di ferro riscaldati dal sole. L’unico modo per arrivare a Aracataca da Barranquilla era una sgangherata lancia a motore lungo un canale scavato a braccia di schiavi durante la Colonia, e poi attraverso una vasta palude dalle acque torbide e desolate, fino al misterioso villaggio di Ciénaga. Lì si prendeva il treno normale che alle sue origini era stato il migliore del paese, e con cui si faceva il tragitto conclusivo attraverso le immense piantagioni di banani, con molte fermate oziose in abitati polverosi e ardenti, e stazioni solitarie. Questo fu il percorso che mia madre e io intraprendemmo alle sette di sera di sabato 18 febbraio 1950, vigilia di carnevale, sotto un acquazzone diluviale fuori stagione e con trentadue pesos complessivi che ci sarebbero bastati appena per tornare se la casa non fosse stata venduta alle condizioni previste. […]

Era nata in una casa modesta, ma crebbe nello splendore effimero della compagnia bananiera, di cui le rimase almeno una buona educazione da bambina ricca al Collegio della Presentazione della Santissima Vergine, a Santa Marta. Durante le vacanze di Natale ricamava sul tombolo con le sue amiche, suonava il clavicordio alle feste di beneficenza e partecipava con una zia guardiana ai balli più depurati della timorata aristocrazia locale, ma nessuno aveva mai saputo che avesse un fidanzato quando si sposò contro la volontà dei genitori col telegrafista del paese. Le sue virtù più note fin d’allora erano il senso dell’umorismo e la salute di ferro che le insidie dell’avversità non sarebbero riuscite a vincere nella sua lunga vita. Ma quella più sorprendente, e già allora la meno sospettabile, era il talento squisito con cui riusciva a nascondere la tremenda forza del suo carattere: un Leone perfetto. Le era stato così possibile instaurare un potere matriarcale il cui dominio si estendeva fino ai parenti più remoti nei luoghi meno immaginabili, come un sistema planetario di cui lei disponeva dalla sua cucina, con voce tenue e senza quasi batter ciglio, mentre faceva bollire la marmitta dei fagioli. […]

Avevo abbandonato l’università l’anno prima, con l’illusione temeraria di vivere di giornalismo e letteratura senza bisogno di impararli, incoraggiato da una frase che credo avessi letto in Bernard Shaw: “Fin da piccolo dovetti interrompere la mia educazione per andare a scuola”. Non mi ero sentito di discuterne con nessuno, perché capivo, senza poterlo spiegare, che le mie ragioni potevano essere valide solo per me stesso. Cercar di convincere i miei genitori di una simile follia quando avevano riposto in me tante speranze e avevano speso tanto denaro che non avevano, era tempo sprecato. Soprattutto mio padre, che mi avrebbe perdonato qualsiasi cosa, meno che non appendessi alla parete un titolo accademico che lui non era riuscito ad avere. I rapporti si erano interrotti. Quasi un anno dopo progettavo sempre di andarlo a trovare per spiegargli le mie ragioni, quando arrivò mia madre a chiedermi di accompagnarla a vendere la casa. Tuttavia, lei non accennò al problema fin dopo la mezzanotte, sulla lancia, quando sentì come una rivelazione sovrannaturale che aveva infine trovato il momento propizio per dirmi quello che di certo era il motivo reale del suo viaggio, e cominciò col modo e col tono e con le parole millimetriche che dovevano essere maturate nella solitudine delle sue insonnie assai prima che le pronunciasse.

«Tuo papà è molto triste» disse.

Tratto da "Vivere per raccontarla" di Gabriel García Márquez

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ESERCIZIO DI INGLESE ON LINE – LISTENING AND READING COMPREHENSION

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THE JUNGLE BOOK

LISTEN TO THE STORY

MALE VOICE

 

FEMALE VOICE

 

This is the story of the Jungle Book. It isn’t a cartoon. It is real. The real story of the Jungle Book. It starts when two people die.

Everyone dies, sooner or later. It is natural. It is the First Law of the jungle.

Shere Khan, the great tiger, killed them because he was angry and they were alone in the jungle.

Hungry animals kill. This is the Second Law of the jungle.

Before they died, the man and the woman used fire against Shere Khan. They burned his paw and Shere Khan was angry. He went away because he was frightened of the fire. In her home, a Mother Wolf gave her milk to her cubs. She heard a noise, outside, but she couldn’t move.

A mother protects her cubs. This is the Third Law of the jungle.

Father Wolf went outside. He saw the fire, the man and the woman. Then he saw a baby as small as the wolf cubs, a man-cub. He had no mother. “I can call him Mowgli” said Mother Wolf to her husband “He is a little frog because he has no hair on his body.” Mowgli is Little Frog in the language of the jungle. Mowgli stayed with the wolf family. The cubs grew, and Mowgli grew. He learned the language of wolves. He walked on two legs and he walked on four legs. He was a wolf. Every wolf is part of a family, and every family is part of a pack. A pack is a group of wolf families.

A pack is stronger than a family. This is the Fourth Law in the jungle.

Akela was the strongest, bravest, most intelligent wolf. He was the leader of the pack.

Baloo the bear was a teacher of wolves. Bagheera the black panther was a friend of the wolves. Baloo was a good teacher, and Mowgli learned the laws of the jungle and the languages of the animals. He went with Bagheera and he learned to run and to hunt. The years passed. But Shere Khan didn’t forget the man-cub.

One morning Bagheera took Mowgli to a village and left him there. “You Know the laws of the jungle.” he said “Now you must learn the laws of people.” Later, a woman found him. She took him into her house, and he lived with her family. Mowgli stayed in the village . He didn’t like it, but he was patient.

Be patient: this is the Sixth Law in the jungle.

Mowgli looked, he listened, he learned the Laws of People. He learned to look after the cows. He learned to look after the fire. Every morning Mowgli met his brother wolves in secret, near the village. They told him about the jungle. One evening, they told him Shere Khan was back. Mowgli decided to kill the great tiger. The next morning, Mowgli took the cows out as usual. He saw Shere Khan who ran to fight Mowgli. When the great tiger came, Mowgli hit the cows with fire. The cows ran towards Shere Khan. Shere Khan couldn’t escape. There were too many cows. They all ran forwards. The running cows killed the great tiger. Mowgli took the tiger skin back to the village. It was time for another wolf meeting. Akela was very old, and very tired. He was not the strongest wolf now.

He must die, and a new leader of the pack must come. This is the Eighth Law of the jungle.

Mowgli said: “Wolves! Don’t kill Akela. He is old but he is not bad. “Akela must die” said a wolf “It is the law of the jungle.”

“Wolves!” replied the boy, “I am Mowgli. I killed Shere Khan. I have the fire, I change the law!”.

And this is the real story of the Jungle book.

It started with blood, two dead people and a boy. And it finished with blood, a dead tiger, a living wolf and a boy who changed the laws of the jungle.

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DIPINGERE COME I GRANDI PITTORI

Studiamo l’uso dei cerchi in pittura, come quella di Vassily Kandinsky o Robert Delaunay , che hanno prodotto una serie di immagini astratte sulla base di cerchi.

CERCHI IN PITTURA

Realizziamo dipinti di paesaggi usando la tecnica e lo stile di Vincent Van Gogh.

VAN GOGH

Creare una immagine con la tecnica del puntinismo utilizzata da artisti come Georges Seurat o Paul Signac.

PUNTINISMO

in precedenti articoli, che ripropongo, ho segnalato altre applicazioni attraverso le quali “dipingere” stile Pop Art, Action Painting, Picasso, Arte Astratta, Mondrian.

POP ART

ACTION PAINTING

PICASSO

ARTE ASTRATTA

MONDRIAN

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L’INVERNO DI EDVARD MUNCH

Edvard Munch è conosciuto per il suo famoso dipinto “L’urlo”, ma ha anche dipinto bellissimi paesaggi e possiamo attraverso di essi apprezzare le qualità espressive che il pittore rivela, soprattutto nelle sue opere dei paesaggi invernali.

Il suo stile è semplificato, stilizzato e fluente, i suoi paesaggi catturano per la quieta bellezza, soprattutto nelle opere che ritraggono i paesaggi invernali notturni.

Essendo norvegese, la neve era una vista comune per Munch.

Si noti il suo personale modo di rappresentare gli alberi.

Con questi dipinti Munch ha veramente celebrato la magnificenza dell’inverno.

Guardiamo questo video con una galleria di dipinti di paesaggi invernali.

L’INVERNO DI EDVARD MUNCH

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IL MALESSERE ESISTENZIALE DELL’UOMO ESPRESSO DA EDVARD MUNCH – “L’URLO” ANALISI DELL’OPERA

Risultati immagini per fiordi munch

Mi ricordo benissimo, era l’estate del 1893.
Una serata piacevole, con il bel tempo, insieme a due amici all’ora del tramonto. […]
Cosa mai avrebbe potuto succedere? Il sole stava calando sul fiordo, le nuvole erano color rosso sangue.
Improvvisamente, ho sentito un urlo che attraversava la natura.
Un grido forte, terribile, acuto, che mi è entrato in testa, come una frustata. D’improvviso l’atmosfera serena si è fatta angosciante, simile a una stretta soffocante: tutti i colori del cielo mi sono sembrati stravolti, irreali, violentissimi. […]
Anch’io mi sono messo a gridare, tappandomi le orecchie, e mi sono sentito un pupazzo, fatto solo di occhi e di bocca, senza corpo, senza peso, senza volontà, se non quella di urlare, urlare, urlare… Ma nessuno mi stava ascoltando: ho capito che dovevo gridare attraverso la pittura, e allora ho dipinto le nuvole come se fossero cariche di sangue, ho fatto urlare i colori.
Non mi riconoscete, ma quell’uomo sono io. […] L’intera scena sembra irreale, ma vorrei farvi capire come ho vissuto quei momenti. […] Attraverso, l’arte cerco di vedere chiaro nella mia relazione con il mondo, e se possibile aiutare anche chi osserva le mie opere a capirle, a guardarsi dentro. »

Record mondiale all'asta: "L'Urlo" di Munch venduto a New York per 119,9 milioni di dollari

“L’urlo”, olio, tempera, pastello su cartone, 91×73,5cm, 1893.

Oslo, Galleria Nazionale.

IN FONDO ALL’ARTICOLO IMMAGINE INTERATTIVA – ANALISI DELL’OPERA

“L’urlo” di Munch rappresenta la condizione di disagio universale, l’angoscia esistenziale dell’uomo moderno, avvertita in un momento di panico in cui il tramonto si trasforma in un incubo.

Utilizzando un linguaggio fortemente stilizzato l’artista imposta la composizione sulla diagonale del parapetto. La stessa corre lungo il cammino e stabilisce la distanza tra i due uomini che nel margine sinistro si allontanano indifferenti e la drammatica figura dominante in primo piano. La prospettiva dall’alto e l’inquadratura tagliata sulla strada danno l’impressione di trovarsi sull’orlo di un abisso dietro il quale si apre una veduta di Oslo descritta attraverso linee fluide ed ondeggianti. L’artista ha disegnato a destra la collina di Ekeberg a sullo sfondo alcune barche dai profili azzurri in mezzo al mare racchiuso nel fiordo. Il rosso che sovrasta l’orizzonte non è diverso da quello di un tramonto estivo, ma ciò che nel dipinto crea drammaticità è il contrasto con il colore scuro dell’acqua ed il fatto che, riflettendosi sulla staccionata, sembra inseguire la creatura terrorizzata che tiene premute le mani sulle orecchie per non sentire nulla. Attraverso i colori il pittore esprime la sua angoscia esistenziale e per questo motivo sceglie tinte violente e contrastanti che applica con ampie e lunghe pennellate evidenti. Il volto dai lineamenti stilizzati sembra una maschera con occhi allucinati. Questa rappresentazione dell’essere umano tornerà nell’opera “Angoscia”  a proposito della quale l’artista disse: “Mi trovai sul Boulevard des Italiens con migliaia di volti estranei che alla luce elettrica avevano l’aria di fantasmi” .

Citiamo Disperazione, opera del 1892, ambientata nello stesso luogo e nello stesso punto.

Del soggetto rappresentato ne “L’urlo” Munch dipinse altre versioni e, due anni più tardi (1895) trasse una litografia sulla quale scrisse il commento: “Sento il grido della natura”.

ALTRE VERSIONI DELL’URLO

LITOGRAFIA

L’URLO DI MUNCH

ANALISI DELL’OPERA IMMAGINE INTERATTIVA

Saranno l’intensità emotiva, l’attenzione alla psicologia del soggetto e l’uso marcatamente espressivo del colore ad attrarre gli artisti della generazione successiva: i fauves e soprattutto gli espressionisti tedeschi.