SURREALISMO

JOAN MIRO’ – Magia dell’arte e coraggio di essere se stessi

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JOAN MIRO’ – GALLERIA D’ARTE E VIDEO

MIRO’ – POESIA E LUCE – TRECCANI

“Mio padre era un uomo molto pragmatico, l’esatto contrario di mia madre. Quando una volta, mentre eravamo a caccia insieme, io dissi che il cielo era color lilla, lui mi prese in giro e io mi arrabbiai moltissimo…”

Nato a Barcellona nel 1893, Miro’ divenne un artista in condizioni del tutto avverse: in famiglia cercavano di indirizzarlo verso una professione più sicura rispetto a quella dell’artista, il mondo accademico aveva conosciuto il Cubismo, il Dada, i Fauves, l’arte aveva superato l’obbligo di rappresentare oggetti riconoscibili, si erano formati campi avversi. I giovani artisti dovevano decidere da che parte stare e al tempo stesso trovare una propria identità.

Mirò, bambino sognatore, chiuso in se stesso e pessimo scolaro, a sette anni ricevette le prime nozioni di disegno.

Inviato dai genitori in vacanza dalla nonna materna che viveva a Maiorca  perché potesse beneficiarne la sua salute cagionevole, Mirò trascorreva gran parte del suo tempo a disegnare in solitudine.

All’età di quattordici anni, tenuto conto dei suoi modesti risultati scolastici, il padre insistette per una formazione di tipo commerciale. Ma il ragazzo poté anche iscriversi ad una celebre accademia d’arte dove aveva insegnato il padre di Picasso. Diversamente da Picasso, che a quell’epoca padroneggiava tutte le tecniche accademiche, Mirò era un assoluto principiante, apparentemente senza un particolare talento.

A diciassette anni Mirò ottenne un posto da contabile in un’impresa chimico-metallurgica e mise da parte pennelli e tavolozza.

Questo provocò in lui un forte esaurimento nervoso e ciò convinse il padre che la sua propensione per il mondo degli affari era del tutto scarsa.

A diciannove anni Mirò si iscrisse all’accademia Galì di Barcellona, dove ogni studente poteva sviluppare la propria personale creatività. Nonostante il maestro comunicasse al padre di Mirò che il ragazzo aveva un enorme talento, la sua famiglia, per quanto agiata, non intendeva aiutare materialmente il figlio nel suo progetto di diventare artista. I genitori desideravano che trovasse un impiego per rendersi economicamente indipendente.

“Per mantenermi e allo stesso tempo continuare a dipingere, la mia famiglia mi consigliò di farmi monaco o, in alternativa, di andare soldato…” A quel tempo in Spagna un giovanotto doveva assolvere il servizio militare a meno che la famiglia non lo riscattasse con una somma sostitutiva. Il padre di Mirò pagò solo in parte, così che egli dovette trascorrere un servizio abbreviato di tre mesi all’anno, (da ottobre a dicembre) nel servizio militare dal 1915 al 1917. Per il resto del tempo si dedicava all’arte.

I primi lavori di Mirò risentono dell’influenza dei Fauves, che ebbe tra i più celebri rappresentanti Henri Matisse. Mirò ricorse ai generi tradizionali della natura morta, del paesaggio e del ritratto mentre maturava un proprio stile, sperimentando nuove teorie cromatiche. Nel dipinto “Il sentiero, Ciurana” è ritratto il paesaggio collinare nei dintorni di Montroig, l’artista abbandona i colori naturali, le singole pennellate si inseriscono in un ritmo di colori spezzati, tra i quali si contrappongono i gialli, i verdi, i blu e i lilla che salgono e scendono in raggruppamenti di motivi rigati.

Nel 1920 Mirò arrivò a Parigi dopo una lunga riflessione su come avrebbe potuto mantenersi durante il soggiorno: “Io che attualmente non posseggo NULLA, devo guadagnarmi da vivere, che sia qui, o a Parigi, o a Tokyo o in India”.

Anche se pare che avesse ricevuto una certa somma dalla madre per coprire le prime spese, viveva in un albergo di conterranei che ospitava molti altri intellettuali catalani. Durante il soggiorno nella capitale, Mirò incontrò Picasso che lo incoraggiò molto. Passato un primo periodo in cui ebbe la meglio un certo timore reverenziale, Mirò ritrovò il proprio equilibrio e fu nuovamente in grado di osservare il mondo artistico parigino con occhio critico. Si rese conto che la maggior parte dell’arte contemporanea era creata a scopo commerciale e non proveniva dall’esigenza di dare espressione a idee vitali.  “Ho visto qualche mostra dei moderni. I francesi dormono. Esposizione Rosenberg. Opere di Picasso e di Charlot. Picasso molto bello, molto sensibile, un grande pittore. La visita al suo atelier mi ha depresso. Tutto è dipinto per il suo mercante, per i soldi: andare da Picasso è come andare a trovare una ballerina con troppi spasimanti…”

A partire dal 1923 si assiste ad un progressivo allontanamento dalla realtà riconoscibile: in “Paesaggio catalano (Il cacciatore)” il mondo oggettuale è stato ridotto ad un limitato numero di segni. Del cacciatore è riconoscibile solo la pipa, tutto il resto è ricondotto a poche linee. Afferma l’artista: “Lavoro molto duramente; mi muovo verso un’arte concettuale che considera la realtà solo come punto di partenza e mai come fine”.

Quando dipinse “Il carnevale di Arlecchino”, Mirò aveva un suo atelier: “Come mi venivano in mente tutte le idee per i miei dipinti? Tornavo tardi la sera nel mio atelier in rue Blomet e andavo a letto, a volte senza aver mangiato nulla. Vedevo cose e le annotavo sul mio taccuino. Mi apparivano visioni sul soffitto…”.

Egli afferma spesso di lavorare sulla base delle allucinazioni provocate dalla fame: spendeva i suoi soldi per pagarsi i colori, il sapone e i viaggi in Spagna.

Nel 1937 si celebrò l’anno dell’Esposizione mondiale di Parigi. Il padiglione spagnolo mostrava la celeberrima “Guernica” di Pablo Picasso che si riferiva al primo bombardamento su persone inermi durante la guerra civile spagnola.  Mirò fu invitato a realizzare una parete che si estendeva su due piani. Egli, che non aveva mai dipinto nulla di tali dimensioni, realizzò il ritratto monumentale di un contadino catalano che tiene una falce nel pugno teso: “Il Mietitore”. 

Alla viglia della seconda guerra mondiale Mirò dipinge “La scala della fuga” metafora della via d’uscita dalle condizioni opprimenti del tempo.

“Fu il periodo in cui scoppiò la guerra. Sentivo il bisogno di fuggire. Consapevolmente mi rifugiai in me stesso. La notte, la musica, le stelle cominciavano ad assumere un ruolo importante nella mia ricerca di idee per i dipinti…”

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