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I TRE PORCELLINI

I TRE PORCELLINI

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C’erano una volta tre porcellini che un giorno decisero di andare a vivere da soli. Salutarono la mamma e partirono.

Il più grande costruì una casa di mattoni, forte e resistente.

Il medio costruì una casa di legno.

Il più piccolo fece la sua casa con la paglia.

Il lupo voleva mangiare i porcellini.

Andò prima alla casa di paglia, perché era la più fragile. Soffiò e la buttò giù in un attimo. Allora il porcellino corse dal fratello che abitava nella casa di legno.

Ma quando il lupo arrivò anche qui, con due soffi riuscì a farla a pezzi.

I due porcellini scapparono spaventati.

Per fortuna trovarono riparo nella casa del fratello maggiore. Il lupo provò a soffiare e soffiare ma la casa di mattoni non si rompeva.

Allora pensò di entrare dal camino, ma cadde in una pentola di acqua bollente e si scottò. Il lupo fuggì e i tre porcellini vissero felici e contenti.

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CAPPUCCETTO ROSSO – DIDATTICA SPECIALE

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ESERCIZI DI ITALIANO ON LINE – COMPRENSIONE E SINTESI

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LA PARTITA DI PALLONE

Mi sono allenato per tre mesi, un’ora tutti i pomeriggi. Gigi me ne ha dette di tutti i colori, mi sono spellato cinque volte le ginocchia, ho sfondato due paia di scarpette da tennis e ho strappato due magliette nuove di zecca. In compenso mi sembra di essere cresciuto di qualche centimetro e i polpacci mi sono diventati più grossi; insomma sono un terzino e domani gioco per la prima volta nella nostra squadra. Mi sono fatto scrivere il numero tre sulla maglietta e comprare un paio di calzettoni rossi e neri.

Questa notte ho sognato che Gigi mi inseguiva con un pallone e che il pallone diventava sempre più grande, come una valanga. Non avrei mai creduto che una partita di pallone sarebbe stata una faccenda così grossa per me.

Prima di andare a letto, papà mi ha tenuto una lezione di gioco: moriva dalla voglia di venirmi a vedere, ma io gliel’ho proibito. Non posso mica trovarmi sul campo tutta la famiglia!

La partita è finita 3 a 2. Non so come, ma un goal l’ho fatto io.

Mi sono trovato il pallone tra i piedi, ho schivato l’avversario che mi marcava, poi sono andato in porta e ho tirato. Ho sentito un fortissimo:- Goal!!!!- e tutti mi sono saltati addosso. Gigi mi ha abbracciato e gli altri mi hanno sollevato in alto, come in trionfo. Io non ho capito molto, ma mi sono sentito così felice che ho giocato come se ci fossi stato solo io in campo.

A pochi minuti dalla fine un disgraziato mi ha fatto lo sgambetto e sono caduto a terra. Ho battuto il naso e mi è uscito un fiume di sangue. -Rigore! Rigore! I miei compagni gliele volevano suonare ma poi è intervenuto l’arbitro che ha fatto battere il rigore. Io sono andato in panchina con la faccia nel fazzoletto, ma non mi importava niente del sangue; mi è importato che abbiamo battuto il rigore e fatto il terzo goal.

Mio Dio, che giornata! Quando siamo usciti dal campetto, Gigi mi teneva la mano sulla spalla; siamo passati davanti a della gente e uno ha detto:- Il goal più bello l’ha fatto quel piccoletto lì. Allora ho pensato che potevo far venire papà e che per lui sarebbe stata una soddisfazione.

Quando sono arrivato a casa non ho trovato nessuno e sono salito in camera a cambiarmi : sul letto c’era una busta bianca con sopra scritto “Al migliore in campo”.

Da “Le memorie di Adalberto” di Angela Nanetti

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VERSO L’INVALSI – ESERCIZI DI MATEMATICA (E DINTORNI) ON LINE

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VERSO L’INVALSI – LETTURA E COMPRENSIONE CLASSE SECONDA -3-

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Tratto da “Ascolta il mio cuore” di Bianca Pitzorno, Mondadori 

Quando era piccola, Prisca si era sempre rifiutata di imparare a nuotare con la testa sott’acqua, come pretendevano suo padre e suo nonno.
Era convinta che il mare, attraverso i buchi delle orecchie, potesse entrarle nel cervello.
E un cervello annacquato, si sa, funziona male.
Forse che il nonno, quando lei non capiva al volo qualcosa, non le diceva spazientito: – Ma ti è andato in brodo il cervello?

Per lo stesso motivo Prisca non voleva mai tuffarsi dalla barca o dal molo, come facevano suo fratello Gabriele e gli altri bambini.
E, naturalmente, c’era sempre qualche dispettoso che mentre lei nuotava tranquilla con il mento sollevato, le arrivava zitto zitto alle spalle, le metteva una mano sulla testa e la cacciava sotto.
Quanti pianti si era fatta! Di paura, ma soprattutto di rabbia impotente.
Tanto più che quando andava a protestare dalla madre sotto l’ombrellone, quella, invece di difenderla o consolarla, la sgridava: – Non sai stare agli scherzi. Sei troppo permalosa. In fondo cosa ti hanno fatto? Finirai per diventare lo zimbello della spiaggia.
Poi era cresciuta e aveva capito che l’acqua non può assolutamente entrare nel cervello.
Né attraverso le orecchie, né attraverso gli altri buchi che abbiamo in faccia.
Glielo aveva spiegato, mostrandole anche un disegno scientifico su un libro di medicina, il dottor Maffei, zio della sua amica Elisa.

– Dalla bocca e dal naso l’acqua potrebbe entrarti semmai nei polmoni, oppure nello stomaco – le aveva spiegato – ma nel cervello assolutamente no.

Era un pensiero rassicurante.
Perciò adesso che aveva nove anni Prisca si tuffava con la bocca serrata, stringendosi il naso con due dita, e aveva imparato a nuotare con la testa mezza sotto.
Sapeva fare anche “il morto” in modo perfetto, completamente immersa: non solo le orecchie, ma persino gli occhi, aperti, anche se bruciavano un po’.
Fuori restavano solo le narici, un millimetro appena sopra il pelo dell’acqua.
Questo l’aveva imparato da Dinosaura, la quale, essendo una tartaruga di terra (nome scientifico: “Testudo graeca”) non aveva le branchie ma i polmoni, e quindi doveva per forza respirare aria.
Era una tartaruga di terra, ma quando Prisca la portava alla spiaggia e la metteva sotto l’ombrellone, Dinosaura la seguiva in acqua e se ne stava a galleggiare vicino alla riva, col guscio giallo e marrone totalmente immerso e solo le narici fuori, muovendo impercettibilmente le zampe.
Naturalmente non faceva “il morto”.
E’ noto a tutti che le tartarughe detestano stare a pancia all’aria e che se capita di incontrarne una in quella posizione bisogna farle subito il favore di ribaltarla in modo che possa camminare.
Una volta che Dinosaura faceva il bagno a quel modo, la corrente l’aveva portata al largo, lontanissima, fino a farla sparire.
Prisca aveva pianto e pianto, perché pensava di averla perduta per sempre.
Invece l’indomani, alle sette del mattino, un agente della Finanza era venuto a bussare a casa Puntoni.
Riportava Dinosaura, e Ines, ch’era andata ad aprire, riferì che il giovanotto non sapeva se ridere o essere arrabbiato, perché la tartaruga, dalla gran paura di trovarsi sballottata in mani estranee, era stata presa da un attacco di diarrea e gli aveva fatto una gran cacca biancoverdastra sui pantaloni della divisa.
Alle tartarughe succede sempre così quando si emozionano: Prisca ed Elisa lo avevano sperimentato a loro spese. Dove stava di casa Dinosaura il finanziere lo aveva capito dalla targa, che era anche il motivo per cui la tartaruga era stata salvata dalle acque e non era finita in Spagna.
Verso le cinque di mattina i finanzieri erano al largo sulla motovedetta in cerca di contrabbandieri, quando avevano visto nell’acqua la tartaruga che nuotava sforzandosi di avvicinarsi alla riva, ma la corrente la spingeva indietro, verso il mare aperto.
Si erano accorti subito che non si trattava di una tartaruga qualunque, perché aveva la targa come un’automobile e, pieni di curiosità, l’avevano ripescata con la reticella dei pesci.
Quella della targa era stata una brillante idea di Ines, la cameriera più giovane di casa Puntoni.
Ines si era accorta che lì al mare, poiché la casa che prendevano tutti gli anni in affitto era al pianterreno, Dinosaura spesso e volentieri usciva e se ne andava a spasso per le vie del paese, col rischio che qualcuno, credendola una tartaruga selvatica, la prendesse e se la portasse via.
Allora Ines aveva preso un rotolo di cerotto rosa, del tipo più robusto, ne aveva ritagliato un rettangolo e glielo aveva applicato sulla parte posteriore del guscio.
Prima ci aveva scritto sopra Dinosaura Puntoni.
Lungomare Cristoforo Colombo 29.
Di fianco al bar Gino.
Lo aveva scritto con la matita copiativa, premendo forte.
-Così anche se si bagna non sbiadisce – aveva detto.
Prisca era piena d’ammirazione per il senso pratico di Ines.
La mamma e Gabriele invece si erano fatti mille risate e le avevano trattate da sceme.

– Una tartaruga targata come un’automobile! Chi ha mai visto un’idiozia simile?!

E invece ecco che, proprio grazie alla targa, il finanziere aveva capito che Dinosaura faceva parte della famiglia Puntoni e l’aveva riportata a casa.

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