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DIFFICOLTA’ ORTOGRAFICHE: “GLI” O “LI” ? – ESERCIZI DI ITALIANO ON LINE

Indica qual è la parola corretta, se si scrive con ”gli” o “li”.

Clicca su “PLAY” e una volta aperto l’esercizio

mettilo a schermo intero per giocare meglio,

clicca sul simbolo con le freccette in alto a destra.

Esercizi realizzati con educandy (leggi la recensione di MAESTRO ROBERTO – TECNOLOGIE E DIDATTICA )

PAROLE CON ” GLI ” O ” LI ” -1-

PAROLE CON ” GLI ” O ” LI ” -2-

PAROLE CON ” GLI ” O ” LI ” -3-

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SUONI SIMILI: “F” O “V”? – ESERCIZI DI ITALIANO ON LINE

La lingua italiana ha diversi fonemi che si assomigliano e di questi possiamo individuare le coppie: F-V, M-N, C-G, P-B, T-D, L-R, S-Z. 

Facciamo degli esercizi iniziando dalla coppia F-V per distinguere al meglio questi due suoni affini.

IN UNA APP A MATRICE UNA SERIE DI ESERCIZI ON LINE SUI SUONI SIMILI “F” E “V:

GUARDA, LEGGI, ASCOLTA E SCRIVI.

SUONI SIMILI: “F” O “V”?

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ESERCIZIO DI ITALIANO ON LINE – LETTURA E COMPRENSIONE

IL VIAGGIO DI INES

Caro don Gaetano,

dovete sapere che la vita sulla nave è durissima. Ci siamo dovute separare da papà, io e la mamma, perché ci sono le stanze dei maschi e quelle delle femmine. Siamo in una grande camerata dove ho contato almeno trenta persone sui letti a castello. Appiccicati come le sardine in scatola. Senza bagni, acqua, elettricità. I pasti non sono granché e poi sono scarsi. I posti a a tavola non ci sono per tutti perché i marinai della nave dicono che siamo in troppi. Allora perché imbarcano tanta gente? La mamma dice che così fanno un sacco di soldi. Tanto la richiesta non manca. Per mangiare si devono fare due turni e bisogna lottare per sedersi ai tavoli. E dopo mangiato? Qui viene il bello! Si va ore e ore sul ponte a prendere freddo: meno male che la zia Giovanna l’aveva detto alla mamma e lei si è portata tre coperte. Per dormire bisogna scendere nei dormitori, dove niente resta un segreto per nessuno. Sento tutto quello che fanno gli altri, chi litiga, chi piange, chi sospira. La mamma dice che alla fine del viaggio ognuno saprà vita, morte e miracoli dell’altro. Ieri sera io e mio padre ci siamo affacciati in prima classe ma gli inservienti ci hanno subito cacciati. Hanno capito che eravamo di terza classe, papà dice che si vede immediatamente da come siamo vestiti. Quelli di prima classe hanno gli abiti di seta, senza le toppe e i bottoni persi. Un giorno un marinaio ci ha detto che i passeggeri di prima classe non vogliono nemmeno vedere come siamo fatti noi di terza. -Sapete cosa pensano? – ha detto. – Che siete sporchi e puzzate. E poi sono convinti che voi mangiate con le mani come gli animali.

Caro don Gaetano, spero che non siano persone di prima classe gli argentini.

RISPONDI ALLE DOMANDE

Leggi anche:

STORIA DELL’EMIGRAZIONE ITALIANA

MIGRANTI IN AMERICA

Leggi la poesia:

ADDIO

Mi volto e la mia casa si allontana,

scompare a poco a poco la mia terra

al passo lento della carovana,

al passo indemoniato della guerra. 

E dico addio agli amici, alla mia gente,

agli alberi che incontro nel cammino,

nel sacco quattro stracci e poco o niente,

nel pugno della mano un sassolino.

E dico addio al vento e alla sua danza

mentre la notte si sorseggia il giorno:

nel cuore una promessa di speranza,

 negli occhi il desiderio del ritorno.

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Prepariamoci all’Invalsi – ITALIANO CLASSE QUINTA

CASCATE

Una cascata è generata da un fiume o torrente in quel punto in cui l’acqua, a causa del dislivello, precipita invece di scorrere.

Generalmente le cascate si formano lungo i corsi dei fiumi perché, in un tratto del loro corso, la parte di terreno su ui scorrono è meno resistente all’erosione rispetto alla parte più a monte; con l’andare del tempo si forma un dislivello tra le due parti e viene così generata una cascata che può crescere in altezza lentamente con il passare degli anni.

Alcune cascate si formano nell’ambiente montano dove l’erosione è più rapida e il corso della corrente può essere soggetto a cambiamenti repentini. In questi casi per la formazione della cascata non sono necessari svariati anni di erosione.

In altri casi la formazione di una cascata può essere “istantanea” a causa di processi geologici molto violenti come terremoti o eruzioni vulcaniche, come nel caso dell’Islanda che possiede più di diecimila cascate.

le cascate più belle dell'islanda

In altri casi le cascate si formano in ambiente montano quando l’acqua delle precipitazioni piovose o dello scioglimento delle nevi anziché penetrare nel terreno, come accade in suoli carsici, scorre direttamente in superficie accumulandosi e confluendo in valli che poi bruscamente si interrompono con un dislivello altimetrico dando vita al salto o semplicemente scorrendo in forte quantità nei valloni.

Le cascate possono anche essere artificiali, dovute a dighe costruite per creare un lago artificiale durante il corso del fiume.

In ogni caso le cascate sono dei fenomeni temporanei destinati a lungo andare ad essere distrutte dalla forza di erosione delle acque. Con il passare dei decenni gli estremi delle rocce che formano la cascata sono destinati a rompersi e a spostarsi sempre più a monte verso le sorgenti.

A volte sotto allo strato di terreno più duro vi è un terreno più soffice che può essere a sua volta eroso formando una caverna sotto la cascata stessa.

Le cascate più belle dell'islanda

waterfall+9mar08+rain

Le cascate sono state da sempre un grosso ostacolo per il trasporto fluviale. In molti casi il problema è stato risolto costruendo canali artificiali che aggirano l’ostacolo. In altri casi sono state costruite delle vasche che vengono chiuse tramite sbarramenti e riempite d’acqua ogni volta che un’imbarcazione vi entra: in questo modo è possibile innalzare il natante fino al livello del fiume sopra la cascata; lo stesso principio applicato al contrario permette alle navi di discendere il fiume oltre la cascata.

LE CASCATE- RISPONDI ALLE DOMANDE
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ESERCIZIO DI ITALIANO ON LINE – LETTURA E COMPRENSIONE

 

Abbaiare stanca

 

Fino alle cinque del pomeriggio la casa rimaneva vuota. Mela e il Muschioso tornavano a uscire. La Spepa andava ad appiccicare il naso alle vetrine. Il Cane restava solo. Meglio. Almeno non dava fastidio a nessuno. E poteva riflettere. Il silenzio gli era d’aiuto. Pensava. L’atteggiamento di Spepa e del Muschioso nei suoi confronti non lo stupiva: quei due non lo avevano mai amato.

Ma Mela? Mela?… Come aveva potuto amarlo e poi smettere di colpo, così, senza ragione? Che cosa aveva fatto lui per provocare quel brutto cambiamento? Niente. Che strana padrona… Com’erano imprevedibili, gli esseri umani!

Era triste, eccome. Ma attraverso la tristezza si faceva strada un altro sentimento: la vergogna. La vergogna e l’ira verso se stesso: non aveva saputo ammaestrare Mela, ecco la verità! Muso Nero si sarebbe molto arrabbiata con lui. Lei lo aveva mandato in città non solo per trovare una padrona, ma anche per ammaestrarla. E lui aveva fallito. Si era fatto coccolare da Mela come un bambino viziato, finché il capriccio della padroncina era durato. E non appena lei si era disinteressata di lui, non aveva più saputo cosa fare. Ma come si fa ad ammaestrare qualcuno che neanche ti vede?

Le idee gli turbinavano nella testa fino a che non sapeva più cosa pensare. Allora, quando si sentiva completamente perduto, si ricordava della frase del Lanoso a proposito della padrona che lo aveva abbandonato: “A che servirebbe seguirla? Visto che lei non voleva più saperne di me, a che sarebbe servito?” E poi il Nasale aveva parlato di “dignità”… Il Cane cominciava a farsi un’idea di che cosa potesse essere la “dignità”. In fondo, Mela lo aveva abbandonato. Proprio come la padrona del Lanoso. E lui rimaneva lì ad aspettare. Aspettare che cosa? Che l’amore di Mela tornasse, come per magia? Che stupidaggine!

Non erano piuttosto le comodità e il cibo quotidiano a trattenerlo? Bella dignità, la sua! E pensare che si era vergognato del comportamento del Nasale davanti ai giornalisti… Ma lui, il Cane, si stava comportando forse meglio del Nasale restando in quella casa dove Mela faceva come se lui non esistesse, la Spepa pensava che lui esistesse fin troppo e il Muschioso lo teneva al guinzaglio come se fosse un aquilone?

A forza di riflettere, si finisce per arrivare a una conclusione. A forza di giungere a una conclusione, succede che si prende una decisione. E una volta presa la decisione, succede che si agisce per davvero. Decise di fuggire. E lo fece.

RISPONDI ALLE DOMANDE

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Prepariamoci all’Invalsi – TEST ON LINE DI LETTURA E COMPRENSIONE – Italiano classe seconda.

PROVE INVALSI 2016/17

La cangurina Giovanna

In una sconfinata pianura dell’Australia, vicino a un grande bosco di eucalipti, viveva Giovanna, una piccola cangurina con occhi vispi e con una grande passione: quella di raccontare le sue innumerevoli avventure. Che spesso, però, non erano del tutto vere. E infatti qualcuno cominciò a dubitare che tutte le storie di Giovanna fossero in realtà solo delle grandi fandonie, o bugie che dir si voglia. E i suoi amici erano arrivati al punto di non crederle proprio più. E fu così che la cangurina si ritrovò sola, evitata da tutti. Giovanna divenne molto triste. Lei pensava che raccontando bugie tutti sarebbero rimasti affascinati dalle sue imprese. Ed era quindi convinta che più bugie diceva più amici avrebbe avuto. Ma si sbagliava.

Una sera Giovanna incontrò suo cugino Gastone, un timido Koala. Giovanna, come al solito, iniziò a raccontare anche a Gastone alcune delle sue incredibili storie.

Gastone finse di credere a ciò che Giovanna diceva, poi a un tratto esclamò:- Certo Giovanna che hai una bella fantasia! Ce l’avessi io!

– Ma… come? Non mi credi?- disse Giovanna, sbalordita.

-Vedi Giovanna, se tu racconti sempre e solo bugie i tuoi amici cominceranno a pensare che tu li vuoi prendere in giro. E non è bello prendere in giro gli amici. Perché prima o poi ti abbandonano. Sai Giovanna – continuò Gastone – esistono tanti modi per farsi apprezzare dagli amici, come essere generosi, disponibili, o, più semplicemente, dimostrando di aver voglia di stare con loro.

Improvvisamente Giovanna si era resa conto di quanto fosse stata stupida a comportarsi in quel modo e provò una grande vergogna. – Hai ragione Gastone. Come posso rimediare adesso? I miei amici non mi vorranno più vedere! – disse Giovanna.

– Basterà che tu chieda loro scusa e cominci a comportarti per quello che sei realmente e vedrai che tutto tornerà come prima! – rispose Gastone.

Giovanna mise in pratica i consigli di Gastone e, in effetti, tutto si aggiustò in pochissimo tempo. Ancora oggi Giovanna racconta ai suoi piccoli cangurini le fantastiche avventure di un canguro  dai poteri eccezionali… ma che soprattutto non diceva mai bugie!

 

RISPONDI ALLE DOMANDE

 

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ESERCIZIO DI ITALIANO ON LINE – LETTURA E COMPRENSIONE

Storia-delle-mie-storie-Pratiche-editrice-Pitzorno-Bianca-Narrativa-italiana
“STORIA DELLE MIE STORIE” DI BIANCA PITZORNO

LEGGI IL TESTO, POI RISPONDI ALLE DOMANDE E INFINE FAI IL CRUCIVERBA DI PAROLE.

Una bambina molto arrabbiata

I libri hanno avuto nella mia infanzia un ruolo così importante che, se cerco di immaginarli senza di loro, i miei primi anni si riducono a ben poca cosa. Eppure la mia vita non era quella di una piccola ammalata confinata in un letto, alla quale solo le parole e le immagini stampate (in assenza della televisione che ancora non c’era) potevano fornire notizie ed esperienza della realtà. La mia vita era piena di cose ed esperienze concrete, di rapporti affettivi intensi, di sensazioni fisiche di emozioni… Eppure niente di tutto questo aveva per ma un senso, un valore, un punto di riferimento, se non in rapporto ai libri che contemporaneamente andavo leggendo e rileggendo. Esistevo, ma senza i libri non avrei saputo di esistere. […]

Devo a loro la mia sete di giustizia e i due sentimenti forti che hanno sempre guidato (e tormentato) la mia vita: la rabbia e l’indignazione. Rabbia per le ingiustizie che io stessa pativo, indignazione per le ingiustizie che non mi riguardavano, ma che vedevo patire ad altri.

Gli operatori di ingiustizia erano quelli più forti fisicamente, quelli che avevano potere su di noi, e dunque qualche volta i ragazzi più grandi, ma nella maggior parte dei casi degli adulti.

Se ripenso a me stessa in quegli anni, mi torna subito in mente l’acuta consapevolezza della mia poca forza fisica in confronto a quella dei giganti da cui dipendevo per ogni cosa e il fortissimo, bruciante sentimento di impotenza. Non perché i fatti della mia vita fossero particolarmente infelici, o gli adulti che mi circondavano fossero degli aguzzini, che anzi sono cresciuta in una situazione privilegiata sia dal punto di vista economico che da quello affettivo. Ma perché, anche e soprattutto grazie ai libri, ero consapevole del mio valore (e di quello dei miei piccoli coetanei) come persona, come individuo; e dalla incolmabile disparità di forza fisica, emotiva, economica, che ci metteva inesorabilmente alla mercé dei grandi.

I quali non erano tenuti a rispettare nei nostri confronti alcuna legge, ma agivano, anche i meglio intenzionati, secondo il loro arbitrio e capriccio.

“Perché?”

“Perché sì!” “Cosa credi? Qui comando io!” erano le frasi che governavano i nostri rapporti.

E poi, fossero almeno stati conseguenti. Invece tutti gli adulti che conoscevo, senza esclusione, affermavano a voce un sistema di norme e di valori dei quali esigevano da noi il rispetto, ma erano i primi a violarli, quando di nascosto e quando con allegra noncuranza.

Ricordo la mia indignazione di fronte alle promesse non mantenute, ai patti infranti con una risata. Alla raccomandazione: “Non bisogna dire bugie” subito seguita, allo squillo fastidioso del telefono, dall’invito:”Rispondi tu e dì che non ci sono.”

Per non parlare dei poveri. Quante belle prediche! Siamo tutti fratelli”; “Gli uomini sono tutti uguali”; “I più forti devono proteggere i più deboli.” Però sembrava normale che nei paesi i figli dei pastori andassero in campagna col gregge oppure, se femmine, a servizio prima dei dieci anni; che le cameriere dormissero su una branda in cucina e non potessero lavarsi nel nostro bagno; che i mendicanti non venissero invitati a sedersi a tavola ma ottenessero al massimo uno schifoso miscuglio di avanzi versato con condiscendenza nel barattolo col manico di fil di ferro che si portavano dietro; che a scuola i bambini poveri frequentassero classi diverse dalle nostre e che, se per caso qualcuno di loro capitava per sbaglio con noi, ci fosse vietato invitarli a casa per la merenda.

Era fratellanza questa? Era, quello dei grandi, il modello a cui dovevamo tendere? io non volevo diventare come loro. E se crescere voleva dire somigliare agli adulti che mi vedevo attorno, io non volevo crescere. […] Poi naturalmente, visto che uno non può fare a meno di crescere, come controbatteva Alice (ma io, potendo, avrei fatto la stessa scelta di Peter Pan), mi rassegnai. Sempre però rimpiangendo “l’età d’oro” della mia vita. Non perché allora fossi felice. Ma perché ero integra, fiduciosa nella forza degli ideali, piene di speranza che il mondo, anche grazie a me, potesse in un giorno non lontano cambiare.

RISPONDI ALLE DOMANDE

CRUCIVERBA DI PAROLE

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ESERCIZIO DI ITALIANO ON LINE – LETTURA E COMPRENSIONE

Vivere per raccontarla
VIVERE PER RACCONTARLA
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. Non dovette dirmi quale, né dove, dal momento che per noi ne esisteva una sola al mondo: la vecchia casa dei nonni a Aracataca, dove avevo avuto la buona sorte di nascere e dove non avevo più abitato dopo gli otto anni. […]

Sicché quando mia madre mi chiese di andare con lei a vendere la casa non ebbi problemi a dirle di sì. Lei mise in chiaro che non aveva abbastanza denaro e per orgoglio le dissi che mi sarei pagato le mie spese. Al giornale dove lavoravo non avrei potuto risolvere la situazione. Mi pagavano tre pesos per ogni pezzo e quattro per un editoriale quando mancava qualcuno degli editorialisti fissi, ma mi bastavano appena. Cercai invano di chiedere un prestito, perché il direttore mi ricordò che il mio debito originale ammontava a oltre cinquanta pesos. Quel pomeriggio commisi un abuso di cui nessuno dei miei amici sarebbe stato capace. All’uscita dal caffè Colombia, vicino alla libreria, mi incamminai con don Ramón Vinyes, il vecchio maestro e libraio catalano, e gli chiesi in prestito dieci pesos. Ne aveva solo sei.

Né mia madre né io avremmo neppure potuto immaginare che quell’innocente passeggiata di soli due giorni sarebbe stata così determinante per me, che la più lunga e diligente delle vite non mi basterebbe per finire di raccontarla.

Adesso, con oltre settantacinque anni alle mie spalle, so che fu la decisione più importante fra quante dovetti prendere nella mia carriera di scrittore. Ossia, in tutta la mia vita.

Fino all’adolescenza, la memoria ha più interesse per il futuro che per il passato, sicché i miei ricordi del paese non erano ancora stati idealizzati dalla nostalgia. Lo ricordavo così com’era: un buon posto per viverci, dove tutti si conoscevano, in riva a un fiume dalle acque diafane che si precipitavano lungo un letto di pietre polite, bianche ed enormi come uova preistoriche. All’imbrunire, soprattutto in dicembre, quando passavano le piogge e l’aria diventava di diamante, la Sierra Nevada di Santa Marta sembrava avvicinarsi con i suoi picchi bianchi fino alle piantagioni di banani della riva opposta. Da lì si vedevano gli indios arhuacos che correvano in file da formiche sui cornicioni della sierra, con i loro sacchi di zenzero sulla schiena e masticando palle di coca per distrarsi la vita. Noi bambini nutrivamo allora l’illusione di organizzare battaglie con le nevi perpetue e giocare alla guerra nelle strade divampanti. Il caldo era così inverosimile, soprattutto durante la siesta, che gli adulti se ne lamentavano come se ogni giorno fosse stato una sorpresa.

Fin dalla mia nascita avevo sentito ripetere senza tregua che i binari della ferrovia e gli edifici della United Fruit Company erano stati installati di notte, perché di giorno era impossibile afferrare i pezzi di ferro riscaldati dal sole. L’unico modo per arrivare a Aracataca da Barranquilla era una sgangherata lancia a motore lungo un canale scavato a braccia di schiavi durante la Colonia, e poi attraverso una vasta palude dalle acque torbide e desolate, fino al misterioso villaggio di Ciénaga. Lì si prendeva il treno normale che alle sue origini era stato il migliore del paese, e con cui si faceva il tragitto conclusivo attraverso le immense piantagioni di banani, con molte fermate oziose in abitati polverosi e ardenti, e stazioni solitarie. Questo fu il percorso che mia madre e io intraprendemmo alle sette di sera di sabato 18 febbraio 1950, vigilia di carnevale, sotto un acquazzone diluviale fuori stagione e con trentadue pesos complessivi che ci sarebbero bastati appena per tornare se la casa non fosse stata venduta alle condizioni previste. […]

Era nata in una casa modesta, ma crebbe nello splendore effimero della compagnia bananiera, di cui le rimase almeno una buona educazione da bambina ricca al Collegio della Presentazione della Santissima Vergine, a Santa Marta. Durante le vacanze di Natale ricamava sul tombolo con le sue amiche, suonava il clavicordio alle feste di beneficenza e partecipava con una zia guardiana ai balli più depurati della timorata aristocrazia locale, ma nessuno aveva mai saputo che avesse un fidanzato quando si sposò contro la volontà dei genitori col telegrafista del paese. Le sue virtù più note fin d’allora erano il senso dell’umorismo e la salute di ferro che le insidie dell’avversità non sarebbero riuscite a vincere nella sua lunga vita. Ma quella più sorprendente, e già allora la meno sospettabile, era il talento squisito con cui riusciva a nascondere la tremenda forza del suo carattere: un Leone perfetto. Le era stato così possibile instaurare un potere matriarcale il cui dominio si estendeva fino ai parenti più remoti nei luoghi meno immaginabili, come un sistema planetario di cui lei disponeva dalla sua cucina, con voce tenue e senza quasi batter ciglio, mentre faceva bollire la marmitta dei fagioli. […]

Avevo abbandonato l’università l’anno prima, con l’illusione temeraria di vivere di giornalismo e letteratura senza bisogno di impararli, incoraggiato da una frase che credo avessi letto in Bernard Shaw: “Fin da piccolo dovetti interrompere la mia educazione per andare a scuola”. Non mi ero sentito di discuterne con nessuno, perché capivo, senza poterlo spiegare, che le mie ragioni potevano essere valide solo per me stesso. Cercar di convincere i miei genitori di una simile follia quando avevano riposto in me tante speranze e avevano speso tanto denaro che non avevano, era tempo sprecato. Soprattutto mio padre, che mi avrebbe perdonato qualsiasi cosa, meno che non appendessi alla parete un titolo accademico che lui non era riuscito ad avere. I rapporti si erano interrotti. Quasi un anno dopo progettavo sempre di andarlo a trovare per spiegargli le mie ragioni, quando arrivò mia madre a chiedermi di accompagnarla a vendere la casa. Tuttavia, lei non accennò al problema fin dopo la mezzanotte, sulla lancia, quando sentì come una rivelazione sovrannaturale che aveva infine trovato il momento propizio per dirmi quello che di certo era il motivo reale del suo viaggio, e cominciò col modo e col tono e con le parole millimetriche che dovevano essere maturate nella solitudine delle sue insonnie assai prima che le pronunciasse.

«Tuo papà è molto triste» disse.

Tratto da "Vivere per raccontarla" di Gabriel García Márquez

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ESERCIZI DI ITALIANO ON LINE – L’ALFABETO – CLASSE PRIMA

COLLEGA I NOMI DELLE LETTERE DELL’ALFABETO CON LE LORO IMMAGINI.

ESERCIZIO N° 1 – LETTERE A-M

ESERCIZIO N° 2 – LETTERE N-Z

Impara le LETTERE DELL’ALFABETO con questo set di esercizi con flashcard, ascoltando, scrivendo, leggendo e anche con il gioco degli asteroidi.

Scegli l’esercizio che vuoi fare tra test, completamento, abbinamento, gioco, cliccando sulle diverse icone che appaiono nel menù.

L’ALFABETO